In Polonia la presenza femminile nella sfera pubblica emerse soprattutto nel corso dell’Ottocento, durante le lotte contro il dominio straniero. Anche le donne si armarono e parteciparono direttamente a cospirazioni, attentati, attività di contrabbando e tumulti di piazza, e come in altri contesti europei in questo impegno per liberazione della patria esse intravedevano un investimento anche per la propria emancipazione. A questo scopo puntarono sulla centralità dell’istruzione, organizzando anche interventi clandestini di scolarizzazione in lingua polacca e un sistema di formazione superiore con l’Università Volante, cosiddetta perché cambiava la propria sede di continuo per sfuggire ai controlli; Maria Curie Sklodowska fu tra le studentesse di questa università. Molte donne di cultura (come le letterate Eliza Orzeszkowa e Maria Szeliga, la soprano Józefina Reszke e l’attrice Helena Modrzejewska) diedero vita a forme di diplomazia particolarmente efficaci: parteciparono con interventi appassionati a congressi e seminari di prestigio, sollevando interesse verso la causa polacca anche all’estero. La popolazione femminile di questo Paese acquisì gradualmente anche una certa indipendenza economica, e conquistò il diritto di voto prima che altrove (1918).

Al tempo di Anna Bilinska restavano ancora da raggiungere tanti obiettivi, soprattutto per le artiste. A Varsavia, fino ai primi del Novecento, i pochi corsi d’arte aperti alle donne erano di mediocre livello: le studentesse, per esempio, erano indirizzate a concentrarsi sul ritratto, senza poter riprodurre figure in movimento o nude. Anche per questo non c'erano ancora pittrici polacche che rappresentassero scene storiche, religiose o mitologiche. Ma Bilinska fece molti passi avanti: fu la prima artista del suo Paese a conquistare un curriculum accademico, viaggiò a lungo, partecipò a mostre prestigiose e giunse a distinguersi nel panorama internazionale.

Il padre Jan Bilinski era medico e si dilettava d’arte; con la moglie Walera Gorzkowska si era trasferito dalla Polonia in Ucraina, che all’epoca faceva parte dell’Impero russo. Anna ricevette la prima formazione artistica da Ignacy Jasiński e Michał Elwiro Andriolli, polacchi esiliati in Ucraina perché oppositori dello zar. La zona che aveva accolto questi confinati era già sensibile ai temi libertari grazie alla forte presenza di comunità cosacche, abituate da sempre ad affermare la propria autonomia.

La personalità indipendente di Anna era a proprio agio sia nelle atmosfere di Złotopolu, luogo della sua infanzia, sia in Polonia, dove l’artista tornò poco più che ventenne. Bilinska sosteneva che nel suo “cuore polacco” si agitasse anche la vocazione combattiva dei cosacchi, che peraltro tenevano in grande rispetto, quasi paritario, le donne.

Volendo favorire le evidenti doti artistiche di Anna, i genitori la iscrissero al conservatorio di Varsavia, ritenendo che per una donna della sua classe sociale suonare il pianoforte fosse più accettabile che fare la pittrice. Ma lei preferiva le arti visive e nel 1877, contrariando la famiglia, si mise d’accordo con le sue amiche Zofia Stankiewicz e Maria Klass-Kazanowska: insieme decisero di frequentare la scuola di pittura di Wojciech Gerson, aperta anche alle ragazze se pure con dei limiti; in seguito la giovane iniziò a esporre e aprì uno studio personale, pagando l'affitto con la vendita dei propri dipinti.

Nel 1882 l’artista intraprese per sei mesi un viaggio all’estero con l’amica Klementyna Krassowska, che era tormentata da una salute precaria e sperava nel cambiamento di clima. Le due donne visitarono Monaco, Salisburgo, Vienna e l’Italia settentrionale, prendendo estesa visione dell’arte di questi Paesi e sognando di aprire una scuola d’arte per le ragazze; nel frattempo Anna si sentiva libera di girovagare anche sola, produceva degli schizzi e registrava su un diario, con metodo e professionalità, le proprie considerazioni.

A Vienna conobbe il pittore Wojciech Grabowski, con il quale strinse un forte legame sentimentale. Anche per stargli vicino Bilinska decise di rientrare in Polonia e seguire le lezioni di Jan Matejko, ma il desiderio di studiare in Francia era comunque più forte. Così nel 1882 Anna tornò nella capitale francese, continuando la relazione amorosa a distanza. Grazie ad un piccolo sostegno economico da parte della famiglia, la pittrice visse a Parigi dove frequentò soprattutto le amiche polacche Zofia Stankiewicz, Maria Gazycz, Kazimiera Dziekonska e Aniela Wislocka; a parte brevi rientri, vi si trattenne per una decina d’anni, abitando in case malsane che misero a dura prova la sua salute; infine trovò un alloggio migliore al 27, rue de Fleurus. Nello stesso periodo studiavano a Parigi Marie Bashkirtseff, Cecilia Beaux, Louise Breslau, Lila Cabot Perry, Emmeline Deane e Anna Klumpke; come loro Anna si iscrisse all'Académie Julian, una delle prime scuole superiori d’arte aperte alle ragazze. Ogni settimana veniva organizzata una gara tra loro, sottoposta peraltro al giudizio degli studenti maschi… Il centro, fedele al canone di Jean-Auguste-Dominique Ingres, metteva a disposizione delle donne anche i modelli viventi e praticava gli stessi metodi di insegnamento dell’autorevole École des Beaux-Arts, istituto che però accettava solo i ragazzi. Restava il fatto che anche nell’Académie Julian le studentesse pagavano una retta più alta dei colleghi e potevano contare su un solo insegnante generalista, mentre i colleghi approfondivano le varie tecniche con tre specifici docenti. Per questi motivi Bilinska, che aveva invano tentato di essere ammessa alle classi maschili, frequentò anche corsi serali e seguì le lezioni di Olivier Merson. In questa fase ebbe modo di seguire anche lezioni di anatomia dal vero.

Il 1884 fu un anno cruciale: Anna espose per la prima volta al Salon con un ritratto disegnato e partecipò a varie mostre da Parigi a Londra a Berlino, conquistando diverse medaglie e il diritto di accedere all’Esposizione Universale di Parigi senza sottoporsi ad una selezione preventiva.

Ma il 1884 portò a Bilinska anche grande sconforto per la morte del padre, dell’amica Klementyna e dell’amato Wojciech, malato di tubercolosi. Sprofondata in una grave depressione, l’artista non riusciva più a tenere il diario e a dipingere, meditando perfino il suicidio; fu provvidenziale l’aiuto dell’amica Maria Gażycz che stava affrontando anche lei il lutto per la morte del figlioletto; nel 1885 Maria la portò con sé in Normandia a Pourville, dove Anna soggiornò per diversi mesi e si riprese gradualmente.

In questo periodo l’amica Emmeline Deane la ritrasse pesantemente vestita di nero, lasciando interdetto il pubblico dell’epoca per il tema cupo e per la scelta di tonalità scolorite, quasi sporche, che invece dichiaravano la libertà interpretativa delle studentesse dell’Accademia e il loro interesse per esprimere gli stati d’animo.

Avendo perso con il padre anche il sostegno finanziario, Bilinska dovette insegnare musica e disegno per mantenersi. Rodolphe Julian, direttore dell’Accademia, la aiutò esentandola dal pagamento delle tasse e in seguito l’assunse come docente. Grazie poi a un assegno che l’amica Klementyna Krassowska le aveva conferito per testamento, la situazione economica dell’artista si fece più stabile e le permise di pensare a nuove strade, progettando di dedicarsi alla pittura di storia e riprendendo l’idea di avviare una scuola d’arte per donne.

Nell’autoritratto del 1887 Bilinska si ritrasse con la tavolozza, i pennelli e il grembiule da lavoro; seguendo un uso comune tra le pittrici si rappresentò in abito elegante, come per ribadire l’onorabilità della propria professione, ma la posa disallineata, i capelli in disordine e lo sguardo esibivano un nuovo senso di libertà. Il quadro, tecnicamente mirabile, raccolse molti consensi e prestigiosi premi (1887 e 1889); di lì a poco Anna dipinse anche il ritratto di un collega scultore, in posa nel proprio studio e con le vesti imbrattate di creta. Con il suo realismo sincero Bilinska conquistò particolare successo, anche se non pochi commentatori criticarono la sua condotta (definendola bohémienne e femminista) e la accusarono di simpatie per il movimento nichilista. Ma dal punto di vista affettivo questo fu un periodo tranquillo per l’artista, che prese la consuetudine di riservare un giorno della settimana al ricevimento dei suoi conterranei; in una di queste occasioni Anna conobbe il medico Antoni Bohdanowicz, che sposò nel 1892 e con il quale si trasferì nuovamente a Varsavia. Ma la pittrice era ormai sofferente di cuore e morì dopo un anno appena, trentaseienne, senza aver potuto realizzare tutte le imprese che aveva in animo.

Attraverso i suoi viaggi Anna Bilinska aveva conosciuto ambienti e persone che aveva raffigurato con uno stile sempre più maturo: allontanandosi dalle idealizzazioni classiche, dalle pose accademiche costruite e dagli sfondi artificiosi, la sua visione era divenuta pienamente naturalistica. Anna amava dipingere anche nature morte, scene di genere e paesaggi, ma ci ha lasciato soprattutto ritratti. In essi l’artista descrisse non solo donne di diverse età e condizioni sociali ma anche corpi maschili seminudi, anziani, giovani, bambini, morenti; accontentando i suoi committenti si cimentò con suggestioni esotiche e con i tipi etnici (v. Ritratto di donna negra, 1884) facendosi sempre apprezzare per l’indagine psicologica, le cromie naturali, la resa dei tessuti, lo studio della luce e la padronanza del disegno che risalta soprattutto nei due autoritratti, uno dei quali purtroppo non fu terminato. In una delle ultime opere (Ragazza bretone sulla soglia di una casetta 1889) Anna utilizzò un notevole effetto di controluce per individuare la figura; grazie ai raggi del sole ottenne la forma attenuando la nitidezza del disegno, ma senza mai aderire alla moda impressionista. Senza farsi intimidire dalla tradizione, che riteneva le donne inadatte a trattare temi mitologici e storici, la pittrice si preparava ad affrontare anche questi con studi e bozzetti (v. Inquisizione 1884), ma non le bastò il tempo di vita.

Non si rintracciano molte opere di Anna Bilinska: ad un appello approssimativo si parla di 102 opere oggetto di compravendita e di un numero imprecisato di altre, fra ritratti, disegni e paesaggi. Tuttavia questa artista provvide a conservare memoria del proprio lavoro, dimostrando di essere consapevole di sé e dei propri obiettivi: infatti registrava i pareri della critica su un quaderno che chiamava “Il Memoriale” e si rivolse persino a un centro specializzato per farsi catalogare articoli e recensioni.

Oltre che in Polonia Bilinska espose le opere più quotate a Parigi, Lione, Londra, Berlino, Monaco e negli Stati Uniti, dove riusciva a sollevare l’interesse dei maggiori critici. Invece presentava i piccoli ritratti nei centri come Grenoble, Saint-Étienne e Roanne, dove trovava una clientela interessata a commissionarne altri.

Oggi i suoi lavori sono custoditi principalmente a Varsavia e Cracovia, ma se ne trovano anche nei Paesi anglosassoni, in Francia e in Svezia.
L’opera di Anna Bilinska, riscoperta dopo quasi un secolo di oblio, risulta molto moderna per la sua strategia di merchandising e per il metodo di lavoro testimoniato nei diari. Ma i suoi punti di forza furono soprattutto la sua natura determinata e la consapevolezza del proprio valore, unite alla capacità di relazionarsi positivamente alle numerose altre donne con cui condivise il cammino.


Voce pubblicata nel: 2026