La fonte principale della biografia di Barbara Manfredi sono le Cronache Forlivesi di Leone Cobelli, un autore coevo alle vicende da lui stesso narrate e quindi all'apparenza piuttosto attendibile. Solo che dalla sua narrazione, dettagliata ma superficiale, non emergono le ragioni profonde, economiche e sociali, degli eventi, ma gli unici moventi dell'agire umano sembrano essere i sentimenti e le passioni degli attori in gioco: brama di potere, ambizione, gelosia, rancore, desiderio di rivalsa e di vendetta e così via. Date tali premesse, la cronaca del Cobelli assume talvolta connotazioni romanzesche, ove la vox populi, i mormorii di palazzo, le testimonianze di paggi e domestici, commenti di parte e silenzi ambigui orientano il lettore verso conclusioni in cui ha più gioco la fantasia che la realtà. Se si aggiunge che l'opera del Cobelli, lacunosa in alcune parti, in epoca secentesca è stata parafrasata e ripristinata dal medico forlivese Alessandro Padovani non si sa quanto fedelmente, e integrata da Sigismondo Marchesi con altre fonti a noi ignote di dubbia attendibilità, allora non si può escludere che anche questi successivi passaggi abbiano influenzato l'evolversi di una narrazione, non del tutto affidabile fin dall'origine, in una vulgata costellata di avvelenamenti e “leggende nere” che richiederebbe finalmente un'approfondita revisione critica.
Il 2 marzo 1451 Barbara Manfredi, che ha appena sette anni, viene promessa in moglie al non ancora quindicenne Pino III Ordelaffi. Barbara, nata il 3 aprile 1444, è l'ultima figlia di Astorgio II Manfredi signore di Faenza e di Giovanna dei conti Vestri di Cunio. Pino, nato l'11 marzo 1436, è il secondogenito di Antonio Ordelaffi, signore di Forlì che, morto pochi anni prima, nel 1448, ha lasciato alla guida del casato la moglie Caterina Rangoni, colei che ha avanzato la proposta di matrimonio. Si tratta ovviamente di un matrimonio combinato, molto comune all'epoca, caratterizzata da uno stato permanente di rivalità tra le varie signorie che si risolve spesso in guerre, guerricciole o anche solo semplici scaramucce. In tale contesto i matrimoni combinati sono a tutti gli effetti strumenti della politica: servono per attutire contrasti e odi tra famiglie rivali oppure per consolidare alleanze da contrapporre ad altre alleanze avversarie in vista di un'eventuale conflitto. L'altro strumento “politico” a cui più frequentemente si ricorre è il delitto. I Manfredi e gli Ordelaffi, nella loro storia secolare, li hanno entrambi utilizzati, o subiti, talora in connessione l'uno con l'altro.
Subito dopo la proposta, Pino, che un'antica cronaca, quella di Giovanni di Mastro Pedrino, descrive come bello e forte fisicamente e di carattere serio, rispettoso e studioso, si presenta a Faenza per conoscere la futura moglie e, accomiatandosi, riceve in dono dal futuro suocero un destriero e un falcone, prove evidenti dell'ottima impressione suscitata. L'anno seguente i Manfredi si recano a Forlì e nell'occasione, oltre che da Barbara, sono accompagnati anche dalla sorella maggiore Elisabetta. I Manfredi vengono accolti assai calorosamente non solo dalla famiglia reggente, ma anche dal popolo forlivese che vede con favore un legame parentale fra le due signorie, tra le quali non sempre è corso buon sangue. Il legame si consolida ulteriormente quando Francesco (Cecco) Ordelaffi, fratello maggiore di Pino, si fidanza con Elisabetta e la chiede in moglie.
Qualche anno dopo, il 25 gennaio 1456, i Manfredi organizzano una grande festa per celebrare un duplice evento: il fidanzamento ufficiale di Pino e Barbara e il matrimonio tra Cecco ed Elisabetta, a cui fanno seguito grandi festeggiamenti popolari sia a Faenza che a Forlì. L'anno successivo Pino si arruola nell'esercito del capitano di ventura Giacomo Piccinino e combatte sotto le sue insegne per maturare quell'esperienza militare che gli è necessaria se vuole aspirare al titolo di signore nella sua città. A sua volta Barbara, ancora troppo giovane per convolare a nozze, viene educata e preparata dalla madre a essere una moglie all'altezza di tale marito. Barbara non è soltanto molto bella, ma si distingue anche per eleganza, eloquenza, cultura, doti assimilate fin dalla nascita nella “dulcissima gens manfreda” (Isabella d'Este). I Manfredi sono uomini d'arme duri e spietati all'occorrenza, ma vivono profondamente immersi nella cultura rinascimentale: Astorgio II colleziona preziosi codici e arazzi fiamminghi, il primogenito Carlo avvierà a Faenza un rinnovamento urbanistico conforme ai canoni estetici dell'Umanesimo e Galeotto, il secondogenito, educato alla corte estense, si diletta di musica e poesia, oltre a possedere una preziosa biblioteca; per non parlare poi dei continui contatti con la corte medicea, l'ospitalità concessa a poeti e artisti e il grande sviluppo impresso all'arte della maiolica.
Finalmente, il 16 maggio 1462, Pino sposa a Forlì Barbara ormai maggiorenne, con una sontuosa cerimonia a cui partecipano illustri ospiti, seguita da prolungati festeggiamenti. Nell'occasione gli Anziani della città decretano a suo favore un donativo di 4000 lire, equivalente a quello stanziato a suo tempo per le nozze di Cecco ed Elisabetta, come a sottolineare il legame solidale tra i due fratelli e la pari dignità nella reggenza della signoria. Poco dopo il matrimonio di Pino, Cecco diventa signore di Forlì dopo aver cacciato dalla città lo zio Ugo Rangoni, un uomo inviso al popolo, che fino a quel momento ha coadiuvato la sorella Caterina nella gestione del potere. Caterina, da donna dura e autoritaria qual è, non ha intenzione di farsi da parte e per questo cerca un appoggio nel figlio minore Pino, suscitando in lui invidia e malcontento verso il fratello. Anche Barbara, che non accetta una condizione di minor prestigio rispetto alla sorella Elisabetta, lo incalza ad assumere un ruolo di primo piano nella conduzione della signoria.
Nel giugno 1463 Pino cade gravemente ammalato per alcuni mesi e subito si diffonde la voce che sia rimasto vittima di un avvelenamento ordito dal fratello, quasi certamente una menzogna fatta circolare per suscitare odio e sospetto verso Cecco. Dopo essersi rimesso, in partenza per una spedizione militare, Pino fa sosta a Faenza assieme a Barbara che si lamenta col padre, di cui è la figlia prediletta, della sua condizione di subalternità alla sorella. Nella cronaca del Cobelli Barbara è sempre presente come “maschera muta”. Solo in questa occasione il cronista le dà voce: “ Io credo essere più isventorata madonna de Talia, puro i' so' sorella della moglie del signor Cecco e so' moglie del signore Pino ch'è qui, suo fratello. Credea che non fosse partito niente (che non ci fosse differenza) de l'uno e l'altro, e, quando el signore Cecco fesse una vestimenta alla moglie, che me ne fesse un'altra a me. El signore Cecco fè una bella vestimenta alla moglie, e io romasi como cativella (trascurata). Poi mia sorella volìa che andasse con lei; io non gli volse andare chè non volìa che lia paresse la madonna e io paresse la donzella; e per quisto m'à preso in hodio, che non à occhi con che me vedere (non mi degna di uno sguardo)”. È solo su queste parole, carpite dal Cobelli a “ uno camariero del signor Astorre [...]Cesare de Gnucco” che si fonda la narrazione di una Barbara femme fatale, ambiziosa, invidiosa, subdola e complice.
In un clima di crescente tensione tra i fratelli si giunge al Natale del 1465, quando Pino e Barbara, assieme ai loro sostenitori, partecipano all'organizzazione di un complotto il cui scopo “ufficiale” è quello di eliminare il gabelliere Francesco Bifolci, un fedele di Cecco, inviso al popolo per aver messo in vendita a un prezzo esoso grano avariato; ma si dà il caso che nello stesso tempo Cecco giaccia gravemente ammalato ed è in realtà proprio lui il vero obiettivo del complotto. La notte del 4 gennaio 1466 i congiurati attirano con un pretesto il Bifolci fuori casa, lo assassinano e ne straziano oscenamente il cadavere per poi esporlo appeso nel foro annonario. Nel frattempo Pino occupa il palazzo del governo dove Cecco, ammalato e impotente, viene catturato e subito rinchiuso nella Torre dell'Orologio, assieme ai familiari che lo assistono. Il compito assegnato a Barbara è duplice: da un lato deve allertare il padre in vista di un eventuale intervento armato in aiuto ai congiurati, che non si rivelerà necessario, dall'altro tranquillizzare la sorella e la suocera che a Cecco non accadrà nulla e che la sua reclusione è solo una misura cautelare per tenerlo al sicuro da eventuali sommosse in città dopo la morte del Bifolci. Quando Elisabetta e Caterina si rendono conto dell'inganno è ormai troppo tardi per poter chiamare a raccolta i partigiani di Cecco. Pino è già riuscito a occupare la rocca di Ravaldino e ad avere il controllo militare della città, subentrando al fratello come unico signore di Forlì. Gli è accanto Barbara, la moglie complice, che ora può finalmente fregiarsi del titolo di “madonna” usurpato alla sorella.
Pino non può comunque pensare di avere la situazione saldamente in pugno finché Cecco è ancora in vita e alla fine, seppure titubante di fronte all'orrendo proposito ma, stando alle cronache, incitato anche dalla moglie avida di potere, decide di compiere il passo definitivo, l'assassinio del fratello. Barbara in persona si sarebbe occupata di preparare un veleno mortale e di farlo somministrare al cognato, ma la minaccia sarebbe stata sventata dalla sorella Elisabetta sempre all'erta al capezzale del marito e in possesso di una gemma incastonata in un anello in grado di rivelare la presenza di veleno infuso in un liquido. Saranno poi i sicari inviati da Pino qualche mese dopo, il 22 aprile, a trafiggere mortalmente Cecco.
Passano pochi mesi e il 7 ottobre Barbara, nonostante goda almeno apparentemente di ottima salute, muore all'improvviso a causa di un “flusso di ventre”, un attacco di dissenteria talmente violento per cui “gli uscirono quasi le budelle”. È in corso un'epidemia di colera, una malattia endemica all'epoca, in seguito alla quale tutta la corte si è trasferita fuori città ed è noto che Barbara beve, in funzione preventiva, l'acqua terapeutica della Fratta, una sorgente termale nei pressi di Meldola, città a pochi chilometri da Forlì. “Come la cosa fosse non so”, commenta ambiguamente il Cobelli, ma corre subito voce che Barbara sia stata avvelenata dal marito per gelosia, avendo egli scoperto, tramite una lettera venuta in suo possesso, il tradimento della moglie con uno dei suoi più fidati collaboratori, Giovanni Orcioli, suo complice sia nell'uccisione del Bifolci che di Cecco. Al momento l'Orcioli si trova a Firenze dove occupa la carica di podestà, conferitagli da Lorenzo de' Medici su raccomandazione dello stesso Pino e le cronache riferiscono, alimentando la voce dell'avvelenamento, che Barbara con grande impazienza si appresti a raggiungerlo “sana et allegra”, ma probabilmente vuole solo far visita alla figlia dell'Orcioli, sua omonima e figlioccia di battesimo. Alcune voci, del tutto infondate, riferiscono che in realtà sia figlia sua. Qualche tempo dopo anche l'Orcioli morirà improvvisamente. Tornato in Romagna “sano et gagliardo da Fiorenza” è colpito da “male di flusso molto gagliardo” dopo un pranzo a Villafranca di Forlì ospite dello stesso Pino. Anche senza il commento del Cobelli a nessuno sfugge il singolare parallelismo tra la morte di Barbara e quella del suo presunto amante.
Pino, o per allontanare da sé ogni sospetto o perché veramente affranto per la morte della bella e giovane moglie, la farà deporre in uno splendido sepolcro marmoreo, opera di Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole, all'interno di una cappella nella chiesa di San Biagio a Forlì, adornata da meravigliosi affreschi di Melozzo e di Marco Palmezzano. Sulla tomba è iscritto un epitaffio in lingua latina (qui di seguito in traduzione): “Pino Ordelaffi, figlio di Antonio, ordinò che [questo monumento] fosse dedicato alla dolcissima moglie Barbara, figlia di Astorgio Manfredi, per merito delle sue divine virtù. Barbara Manfredi visse ventidue anni, sei mesi e quattro giorni. Anno 1466.”
Il 10 dicembre 1944 una bomba sganciata da un aeroplano tedesco colpisce la chiesa di San Biagio e, oltre a causare la morte di diciannove civili, distrugge gli affreschi di Melozzo e del Palmezzano e riduce in frantumi il sepolcro di Barbara, il cui cadavere, conservatosi integro per un processo naturale di mummificazione, è sbalzato fuori dal sarcofago. I frammenti marmorei del sepolcro vengono minuziosamente recuperati e il corpo è affidato alle suore clarisse di un vicino convento. A guerra finita si decide di collocare il monumento funebre, accuratamente ricomposto e restaurato, all'interno dell'Abbazia di San Mercuriale, nel centro di Forlì. Ma prima di essere deposta definitivamente nell'arca, la salma di Barbara è sottoposta ad un esame autoptico e tossicologico che non rileva tracce di veleno e da cui risulta che la morte è stata causata, o da un'appendicite con perforazione dell'intestino e peritonite, o da una qualche forma epidemica che ha provocato una dissenteria acuta. Ma per quasi sei secoli Pino III Ordelaffi sarà sempre accompagnato dalla fama di avvelenatore seriale, non solo per la morte improvvisa di Barbara e dell'Orcioli, ma anche della madre Caterina Rangoni, morta un anno dopo di loro a causa di un veleno somministratole in un clistere (sic), un delitto attribuito senz'ombra di dubbio dal Cobelli a Pino con un lapidario commento: “E questo è noto a tutta Forlì”. L'8 agosto 1469 Elisabetta muore dopo una lunga sofferenza, forse assassinata con un frutto al veleno a effetto ritardato. Improvvisa invece, nel 1473, la morte della seconda moglie di Pino, Zaffira Manfredi, cugina della defunta Barbara. Zaffira avrebbe avuto una relazione con Guasparino Strambazzi, gentiluomo forlivese, buon amico del marito. Un delitto passionale, una replica di quello di Barbara e dell'Orcioli? Anche il commento del Cobelli, nell'occasione, è il medesimo: “non so come la cosa sia andata”, ma il lettore è indotto a immaginarlo facilmente. Solo la terza moglie, Lucrezia Pico della Mirandola, riuscirà a sopravvivere perché, come sottolinea malignamente il Cobelli “stava guardingha nel suo mangiare”.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Barbara Manfredi
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Cobelli Leone, Cronache Forlivesi, Regia Tipografia, Bologna, 1874. Link a Internet Archive:https://archive.org/details/CronacheForlivesiDiLeoneCobelli/page/n7/mode/2up
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Viroli Marco, Signore di Romagna. Le altre leonesse. Dame, amanti e guerriere nelle corti romagnole, Il Ponte Vecchio, Cesena, 2010.
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