Belva Ann Bennett Lockwood fu avvocata, attivista politica e figura centrale del lungo iter di accesso delle donne alla cittadinanza giuridica negli Stati Uniti. Prima donna ammessa all’albo della Corte Suprema degli Stati Uniti, fu anche la prima a sostenere un caso davanti a quella corte, e la prima donna a candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti.
Nata in una famiglia di piccoli agricoltori nello Stato di New York, figlia di Lewis e Hannah Bennett, crebbe in un ambiente rurale segnato da lavoro fisico e rigide aspettative di genere. Fin dall’infanzia mostrò un temperamento irrequieto e una forte ambizione intellettuale, sostenuta da un’istruzione elementare discontinua ma da una precoce abilità nello studio. A quattordici anni iniziò a insegnare nelle scuole locali, contribuendo al sostentamento familiare e sperimentando direttamente la disparità salariale tra uomini e donne, che avrebbe definito più tardi “odiosa” e indegna di essere accettata come naturale.
Nel 1848 sposò Uriah McNall, contadino e gestore di una piccola segheria, da cui ebbe una figlia, Lura. Rimasta vedova nel 1853, Lockwood si trovò in una posizione ambigua: privata della sicurezza economica ma libera da un destino domestico già tracciato. Utilizzò l’eredità del marito per riprendere gli studi, affidando temporaneamente la figlia ai genitori. Frequentò la Gasport Academy e poi il corso scientifico-politico al Genesee College di Lima, New York, dove si laureò nel 1857.
In quel periodo si avvicinò al mondo del diritto e ai movimenti riformatori femminili. Entrò in contatto con figure centrali del suffragismo come Susan B. Anthony e seguì da vicino il dibattito aperto dalla Convenzione di Seneca Falls (19-20 luglio 1848), che aveva posto al centro la questione dell’uguaglianza civile e politica delle donne. Con Anthony condivise l’impegno per l’istruzione mista e l’uguaglianza civile, ma la responsabilità verso la figlia Lura la spinse a rinunciare a una carriera itinerante da attivista e oratrice pubblica, dedicandosi invece per alcuni anni all’insegnamento a Lockport.
Quando la guerra civile esplose nell’aprile del 1861, divenne presidente dell’Aid Society. Mise all’opera le ragazze della sua scuola, insieme alle donne anziane della comunità, organizzandole in gruppi che cucivano vestiti e bende per i volontari locali.
Nel 1866 si trasferì a Washington, dove maturò la decisione di studiare legge. Qui sposò il reverendo Ezekiel Lockwood, che sostenne le sue aspirazioni professionali. Dopo diversi rifiuti, fu ammessa alla National University School of Law, che tuttavia impose alle studentesse un percorso segregato e apertamente ostile. Tra abbandoni e boicottaggi, Lockwood fu una delle sole due studentesse, insieme a Lydia Hall, a completare gli studi. Il diploma le venne inizialmente negato; lo ottenne solo nel 1873, dopo un appello diretto al presidente Ulysses S. Grant.
L’accesso alla professione legale rimase tuttavia frammentario e precario. Ammessa all’albo del Distretto di Columbia, dovette affrontare una lunga battaglia per essere riconosciuta dalle corti federali, ostacolata da interpretazioni restrittive della legge e dal principio della coverture, che negava alle donne sposate un’esistenza giuridica autonoma. Dopo ripetuti rifiuti, Lockwood spostò il conflitto sul piano legislativo, contribuendo all’approvazione, nel 1879, di una legge federale che proibiva l’esclusione delle donne qualificate dall’avvocatura davanti alle corti federali. Nello stesso anno divenne la prima donna ammessa all’ordine degli avvocati della Corte Suprema degli Stati Uniti.
Nella pratica professionale difese una clientela eterogenea – donne povere, afroamericani, nativi, veterani, lavoratori – occupandosi di cause spesso marginali e socialmente stigmatizzate: violenze sessuali, infanticidio, promesse di matrimonio disattese, risarcimenti contro lo Stato. Il suo lavoro la mise a confronto non solo con il sessismo, ma anche con il razzismo strutturale del sistema giudiziario. Fu inoltre protagonista di una lunga causa a favore della tribù indiana degli Eastern Cherokee, conclusasi solo nel 1905 con un risarcimento riconosciuto dalla Corte Suprema.
Parallelamente, Lockwood fu attiva nella politica nazionale. Nel 1884 e nel 1888 si candidò alla presidenza degli Stati Uniti con il National Equal Rights Party, prima donna a condurre una campagna strutturata su scala nazionale. Sebbene esclusa dal voto attivo, ottenne alcune migliaia di preferenze, dimostrando la praticabilità costituzionale della candidatura femminile.
Negli ultimi decenni della sua vita, Lockwood si dedicò soprattutto al pacifismo, partecipando a congressi internazionali e dirigendo un piccolo giornale, The Peacemaker. Rimase attiva fino agli ultimi anni, osservando con inquietudine l’avvicinarsi della guerra europea. Di sé scrisse di non aver compiuto miracoli, ma di aver “risvegliato i vivi”: una definizione che restituisce bene la misura del suo agire, più ostinato che eroico.