Bona Lombarda (o Lombardi): una contadina valtellinese che nel XV secolo riuscì a stupire i contemporanei decidendo di intraprendere il mestiere delle armi.

Curiosamente, la storia di questa misconosciuta guerriera professionista italiana ha inizio negli stessi anni in cui in Francia si procurava gloria eterna sui campi di battaglia Giovanna d’Arco. Non a caso, entrambe finirono per avere una propria voce nelle raccolte di biografie che alcuni autori, emuli di Boccaccio e del suo De mulieribus claris, dedicarono alla fine del ‘400 proprio alle donne celebri, dell’antichità e del loro tempo. Come Giovanni Sabadino degli Arienti, che nella sua Gynevera de le clare donne dedica a Janna Polcella gaya de Franza il capitolo 11 e a Bona de Vultulina il capitolo 22. E come Jacopo Filippo Foresti che nel suo De plurimis claris selectisque mulieribus ripercorre anch’egli le gesta sia di Janna, gallica pulcella che di Bona Lumbarda.

In queste opere non stupisce trovare, in mezzo a dee, sante, regine e duchesse, anche il nome della Pulzella d’Orléans, martire sul rogo nel 1431. Ma Bona? Perché dare tanto lustro a una pastorella venuta alla luce a Campione di Sacco (oggi Cosio Valtellino, Sondrio)? Bona non rispose ad alcuna chiamata divina, non si fece carico di alcuna missione salvifica. Non cavalcò alla testa di un popolo (quello francese) per scacciare dal regno gli invasori (inglesi) per conto dell’Onnipotente. Allora perché i biografi che vissero nel suo stesso secolo la accostarono a Giovanna e alle più famose e rinomate donne di ogni epoca? La risposta è semplice: perché, raccogliendo i racconti che si tramandavano oralmente sulla fanciulla di Valtellina, si trovarono per le mani una vicenda straordinaria, meritevole di essere tramandata ai posteri.

Bona nacque attorno al 1417. Era figlia di tal Gabrio, ex soldato di ventura partito in gioventù per cercare fortuna nelle terre imperiali — l’odierna Germania — e distintosi in battaglia sino a diventare alfiere di cavalleria. Un guerriero fatto e finito, che decise in tarda età di tornare nella terra natìa e di mettere su famiglia, dedicandosi all’allevamento e all’agricoltura. Bona crebbe dunque tra stalle e armenti, aratri e duro lavoro. E forse il padre le diede un poco di addestramento militare.

Così narra della sua infanzia l’Arienti: «Bona duncha fu femina de vile conditione, nata et alevata in Vultulina, territorio ducale de Milano. La sua paterna origine non pare io el possa sapere, per la incognitione dei parenti»

Porcelio Pandone, altro autore quattrocentesco, la descrive come di corporatura minuta (parva corpore) e lo stesso fa la Gynevera, dove si aggiunge anche un particolare che diventerà ricorrente: non era bella, bensì «bruta, nera, picola, ma molto viva».

Descrizioni confermate anche nel ‘500 da Lodovico Domenichi, che parla di Bona come di una donna «di bassa conditione et nata per poverissimi parenti», nonché di «aspetto rozo, di color nero, di piccola statura».

La vita agreste, fatta di ristrettezze e fatica, caratterizzò l’infanzia e l’adolescenza di Bona, sino a quando arrivò per lei il momento della svolta. L’anno chiave fu il 1432 (un anno dopo la condanna a morte di Giovanna d’Arco), quando a Delebio, poco distante da Cosio, fu combattuta un’aspra battaglia tra l’esercito del duca di Milano Filippo Maria Visconti e le truppe di Venezia. La vittoria andò, schiacciante, ai viscontei che, guidati dal Piccinino, misero in fuga i soldati della Serenissima. Dopo quel successo il Piccinino si premurò di lasciare una guarnigione a difendere la Valtellina e la scelta cadde su una compagnia di ventura guidata da Pietro Brunoro di Sanvitale, figlio naturale del conte Obizzo di Fontanellato, nei pressi di Parma.

Durante i mesi di presidio, il Sanvitale e i suoi soldati ebbero modo di entrare in contatto con la popolazione locale. E Bona si fece notare perché, a differenza delle sue coetanee, aveva un temperamento vivace e fumantino. Inoltre, nonostante il fisico esile, non si tirava indietro quando c’era da competere o fare a botte per sfida o per scommessa. Brunoro «cavalcando ne lo exercitio militare per Vultulina, vide costei giovineta drieto le bestie [...], combatendo virilmente per ioco cum li altri guardatori de bestie», si legge ancora nella Gynevera.

A questo punto le versioni fornite dai biografi propongono due racconti diversi su come andarono le cose.

Secondo l’Arienti il Sanvitale, colpito da quella fanciulla così diversa dalle altre giovani della sua età, al momento di lasciare la Valtellina per inseguire nuove condotte, «quasi per una stranieza la fece rapire, et condusela seco cum riso et solazo». In sostanza, la sequestrò, strappandola agli affetti (sembra che, rimasta orfana, Bona vivesse assieme a uno zio) affinché si occupasse del bestiame e dei cani da caccia e perché, nonostante non fosse per nulla avvenente, «era de gagliarda lingua, più che a femina non convenìa».

La seconda versione vuole invece che il Sanvitale se ne fosse invaghito e le avesse chiesto di seguirlo per diventare la sua concubina. «A guida di bagascia», afferma senza troppi giri di parole Domenichi. Ma entrambe queste versioni vanno in verità a cozzare con le gesta di cui Bona si rese protagonista negli anni a seguire.

Al seguito della compagnia del Sanvitale, che combatté al servizio di Francesco Sforza, da Alfonso d’Aragona re di Napoli e soprattutto di Venezia, Bona Lombarda non se ne stette mai in disparte né tantomeno in tenda ad attendere il ritorno del suo sequestratore/amante, bensì fu sempre in prima linea, distinguendosi anche tra i guerrieri più valorosi, spesso indossando anche abiti maschili. «In oppugnanda oppidis et castellis semper armata inter primos vessabat primaque subuibat ad muros», segnala il Foresti, paragonandola a Ipsicratea, antica regina in armi del Ponto, e definendola anche «prudentissima et sapientissima». Ancora Pandone ricorda come questa «femina incredibilis» (che — aggiunge — a buon diritto può essere definita una virago), si mostrasse non solo con la spada, ma anche impugnando l’arco nella mano destra, coturni ai piedi e faretra in spalla.

Tra le tante gesta di cui Bona Lombarda fu protagonista i primi biografi ne ricordano tre in particolare. La prima ebbe come scenario Pavone sul Mella, nel Bresciano, quando, durante l’assedio di un castello in mano agli sforzeschi, Brunoro cadde prigioniero e la sua compagnia, stipendiata da Venezia, fu messa allo sbando. Bona non solo prese il comando dei soldati in rotta, ma li incitò alla riscossa, guidandoli al contrattacco e ottenendo infine la liberazione del Sanvitale e la presa del castello.

Anche nella seconda impresa troviamo Brunoro prigioniero: sospettato di una congiura da re Alfonso di Napoli venne messo in catene e spedito in galera. Bona, anziché seguirlo nella sventura o tornarsene in Valtellina, prese a girare per tutta Italia e persino in Francia, andando a bussare alle porte di duchi, signori e potentati che avevano precedentemente stipendiato la compagnia del Sanvitale per farsi mettere per iscritto che il condottiero di Fontanellato era uomo d’onore e che mai avrebbe potuto tradire. Ottenuto un consistente numero di lettere di raccomandazione, Bona tornò da re Alfonso che, di fronte a tutte quelle illustri referenze e soprattutto al coraggio e alla caparbietà dell’amazzone valtellinese, si convinse a liberare il detenuto. E si narra che, appena uscito di prigione, Brunoro, colpito anch’egli dall’attaccamento e dal valore della sua compagna d'arme, si sia deciso infine a sposarla.

Un’altra impresa che colpì i contemporanei fu la vittoria ottenuta da Bona durante una giostra nel corso dei festeggiamenti per la salita al potere del doge veneziano Pasquale Malipiero. C’era da conquistare un castello di legno ben difeso da soldati armati e la guerriera valtellinese fu l’unica a riuscirci, sgominando la concorrenza degli altri contendenti (uomini).

Negli ultimi anni della sua vita lei e Brunoro vennero inviati da Venezia in Negroponte (l’isola Eubea in Grecia) per difendere i commerci della Serenissima minacciati dai saraceni. Anche in questo caso Bona si distinse per valore, fino a meritarsi un vitalizio. Dopo la morte del Sanvitale decise di tornare a Venezia assieme ai due figli che aveva messo al mondo tra una battaglia e l’altra. Ma nel corso del viaggio, giunta a Modone, nel Peloponneso, si ammalò gravemente, passando a miglior vita.

Oggi Bona Lombarda viene ricordata con orgoglio sia in Valtellina che a Fontanellato. Nella pinacoteca del castello dei Sanvitale è possibile ammirare un dipinto che la ritrae con la sua fedele spada. Nel suo paese natale si trova invece una lapide che, ricordando le sue gesta, sentenzia: «Anche in poveri tuguri e sotto ruvide spoglie nascondonsi talvolta magnanimi spiriti capaci di ardue e nobilissime imprese».

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Bona Lombarda


Giovanni Sabadino degli Arienti, Gynevera de le clare donne, a cura di C. Ricci e A. Bacchi Della Lega, Bologna 1888, pp. 180-194.

Porcellio Pandone, Commentaria rerum gestarum a Iacobo Picinino anno MCCCCLIII, in L.A. Muratori, Rerum italicarum scriptores, XXV, Milano 1751, p. 43.

Jacopo Filippo Foresti, De plurimis claris selectisque mulieribus, Ferrara 1497, ff. 152a-153b.

Ludovico Domenichi, La nobiltà delle donne, Venezia, 1551, pp. 234-236.

David Salomoni, Pietro Brunoro di Sanvitale, in Dizionario biografico degli italiani, volume 90 (2017).

Bona Lombardi in «Dizionario biografico delle donne lombarde 568-1968», Baldini & Castoldi, 1995.

Luigi Barnaba Frigoli, Guerriera – L’incredibile storia di Bona Lombardi, Rizzoli, 2022.


Voce pubblicata nel: 2026