Cappello a tesa larga ben calato in capo, abiti pratici, in sella alla sua cavalcatura in un paesaggio desolato e inospitale a caccia di tesori. Ma non è Indiana Jones. E la cavalcatura è un mulo, non un cavallo o una motocicletta. Si tratta della foto di copertina della biografia di Diana Spencer. Ma no, non quella Diana Spencer. “La signora di Tedbab”, come intitola la sua autobiografia “familiare”, è stata una cacciatrice di tesori, una madre che ha conosciuto la terribile esperienza della perdita di un figlio, è stata nonna di molti nipoti; a loro ha dedicato il racconto di un tratto specifico della sua vita: il tempo in cui fu esploratrice sapiente e discreta dell’entroterra d’Etiopia.

Fine diplomatica e mediatrice tra i poteri tutti maschili della Chiesa e dell’amministrazione etiopica degli anni ‘60 e ’70 del Novecento, ha esplorato a dorso di mulo, in diverse missioni, chiese remote e considerate irraggiungibili, riportando osservazioni e documentazione fotografica di alcuni tra i reperti più importanti della Storia dell’arte etiope.

Diana Spencer giunge in Etiopia con il marito, funzionario ONU ad Addis Abeba. Matura subito il desiderio di conoscere le esperienze di vita dell’altopiano e parte per esplorare terre quasi ignote agli uffici internazionali. Porta con sé lo studio della lingua locale e la conoscenza di altre lingue semitiche come l’arabo; dimostra inoltre, senza dichiararla, una serena capacità di dare pochissimo peso alle raccomandazioni paternalistiche. Consapevole della fatica e dei disagi del viaggio, registra e ignora premure dissuasive e, con attenzione costante a costumi e leggi non scritte, riesce a raggiungere luoghi normalmente nemmeno pensabili, neppure per i professori che ne hanno incoraggiato e seguito le missioni.

Inizialmente Diana Spencer è mossa solo da genuina curiosità per persone e luoghi, ma arriva a studiare alla scuola tradizionale della chiesa ortodossa, ottenendo il titolo di qəne bet. Così acquisisce una conoscenza profonda della teologia della Chiesa Ortodossa Etiopica e si avvicina alla sua spiritualità tramite una serie di esperienze dirette di cui racconta nella sua autobiografia.

Andando in cerca di famosi manoscritti celati dal segreto e da reti di racconti contraddittori, oppure di croci miracolose, o ancora delle famose icone attribuite a San Luca, che ha trovato e documentato, in una spedizione del 1970, presso Tadbaba Maryam, incontra un manoscritto della celebre collezione dei Miracoli di Maria con disegni di mano occidentale. Questa si rivela essere una scoperta di straordinaria importanza solo alcuni anni dopo quando, in una spedizione nel 1973 presso Wafa ʾIyyasus, viene a conoscenza di un piccolo manoscritto recante il nome di Walatta Dengel, sorella dell’imperatore Lebna Dengel, in cui ritrova miniature con tratti occidentali, firmate da Niccolò Brancaleone. Si apre così la possibilità di verificare l’attribuzione a questo artista veneziano, non solo dei due manoscritti in questione, ma anche di una serie di altre opere su vario supporto. Una scoperta, descritta in articoli scientifici, fondamentale per la Storia dell’arte dell’Etiopia.

I contributi scientifici di Spencer si distinguono per lo stile pragmatico: resoconti precisi e liste di oggetti e osservazioni ci portano con lei in avventure dal passo incalzante nonostante le lunghe attese e i tragitti interminabili.

Durante i suoi viaggi costruisce — e mantiene nel tempo — rapporti istituzionali con importanti figure politiche e religiose, quali il principe e il patriarca, abati e amministratori, monaci e funzionari, guardie e mulattieri. Tra gli incontri personali più significativi si ricorda in particolare quello con il monaco Abba Tilahun, che la accompagna per un lungo periodo con il suo misticismo profetico.

È esemplificativo il racconto della relazione con Immerhoy Worqit, in occasione della visita più lunga e importante al monastero di Tedbab Maryam

L’anziana suora entrò dicendo che nemmeno lei aveva dormito tutta la notte per la preoccupazione nei miei confronti. Io e Immehoy (il titolo di una suora) Worqit avevamo sviluppato uno stretto rapporto. Doveva essere stata bella quando era giovane, alta e snella con lineamenti nobili. Ora le sue guance erano infossate e la maggior parte dei denti le era caduta, ma aveva un carattere naturalmente gentile e dolce che mi attraeva. Era un'aristocratica, la pronipote del famoso Dajazmach Toko Brillay, l'amico di Walter Plowden. Probabilmente il suo matrimonio con Ato Amha finì quando non ebbe figli e superò l'età fertile. Ma quando divenne suora, lui la accolse come ospite permanente nella sua casa, insieme a suo figlio Fasil, sua moglie e i loro due bambini. L'anziana signora era sempre occupata in semplici faccende domestiche. [...] Quando arrivò il momento del commiato mi sentii colpita da un'improvvisa sensazione di dolore nel separarmi dalle persone che avevo imparato ad amare. Io e Immehoy Worqit non ci abbracciammo. Invece ci baciammo le mani più volte, e lei sussurrò tra le lacrime: "Non dimenticarmi". Entrambe sapevamo che non ci saremmo mai più incontrate.

Diana Spencer viaggiava sempre con un obiettivo chiaro: fotografare i tesori conservati nelle chiese. Questi oggetti erano conservati gelosamente, protetti da storie di terribili sventure per chi tentasse di avvicinarsi e venivano esposti solo in alcuni giorni dell’anno con cerimonie specifiche per pochi istanti.

Il potere religioso attribuito a questi artefatti è percettibile nel racconto e altrettanto chiara la profonda problematicità dell’approccio con la riproduzione fotografica. Spencer non era una fotografa professionista, eppure nel racconto dell’evento la sua portata mistica e religiosa e i dettagli pratici della documentazione fotografica sono inseparabili:

Ci furono molti canti da parte dei diaconi prima della cerimonie e nuvole d'incenso riempirono la chiesa. Quando l'icona fu portata fuori ci prostrammo di nuovo. Ero così nervosa che baciai il tappeto una mezza dozzina di volte prima di rialzarmi. Questa volta mi fu permesso di rimanere in piedi per scattare le mie fotografie. Le imposte superiori erano state chiuse di nuovo, così che la luce era scarsa ed era difficile mettere a fuoco l'icona. Fui obbligata a usare il flash che temevo potesse riflettere la pittura dorata che circondava le figure di Maria e del Bambino e oscurare i loro volti. Poi la croce Newa Beg'o fu portata fuori e posata sul pavimento sopra uno shamma bianco. Questa volta dovetti stare sopra l'oggetto e fotografarlo dall'alto. Data questa opportunità unica di fotografare questi importanti tesori, sapevo che era essenziale ottenere buone immagini. Ma non ero un'esperta in condizioni così difficili.

Diana Spencer non nasconde nella sua autobiografia anche scelte che a posteriori rimpiange, errori, dolori e sconfitte, non nasconde la fatica, la difficoltà relazionale e i conflitti. Così dice nella sua introduzione al suo racconto biografico del periodo vissuto in Etiopia:

Doveva essere una storia avventurosa con alcune delle mie foto più drammatiche, e parti della storia, come quando la nonna stava per cadere nel burrone insieme al suo mulo, furono accolte con entusiasmo e applausi. I bambini erano forse meno interessati allo scopo dei miei viaggi, che era di trovare e fotografare antichi tesori ecclesiastici in monasteri remoti nelle montagne del Nord dell’Etiopia. [...] La mia esperienza in qualche modo aprì i loro occhi non solo alle avventure della loro nonna, ma soprattutto a un modo di vivere a loro sconosciuto.

Diana Spencer non è la prima e nemmeno l’ultima esploratrice e cercatrice di tesori in Etiopia. Prima di lei Beatrice Playne, a cui si attribuisce la scoperta dei più antichi manoscritti noti, aveva scritto un libro — in parte diario, in parte trattato — sulla sua esperienza in terra etiope.

Nella narrazione delle vicende di Spencer troviamo dettagli sulle soste, sui pasti, sulle condizioni di alloggio e sui servizi. A questi si mescolano in un unico racconto le osservazioni sulle reazioni delle persone incontrate, sulle scelte fatte, inaspettatamente corrette o involontariamente offensive, e si può seguire un processo di crescita e avvicinamento, ma anche una somiglianza, forse volontaria forse naturale, con le storie dei miracoli di Maria e le loro narrazioni rapide, quasi per immagini, come la stessa storia dell’icona di Dabra Sedeneya, che in tanti modi risuona nella storia della sua vita che conosciamo.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Diana Mary Spencer

Balicka-Witakowska, Ewa. «In Memoriam Diana Mary Spencer (1923-2009)». Aethiopica 13 (2010): 212–14. Disponibile online a questo link.

Spencer, Diana. The Woman from Tedbab. Elizabeth Horne Publishing, 2007.

Gervers Michael, Eva Balicka-Witakowska Mäzgäbä Səəlat. Treasury of Ethiopian Images. Disponibile online a questo link.

Playne, Beatrice, St. George for Ethiopia Constable 1954. Disponibile online a questo link.

Spencer, Diana. «Travels in Gojjam: St. Luke Ikons and Brancaleon Re-discovered». Journal of Ethiopian Studies 12, fasc. 2 (1974): 201–20. Disponibile online a questo link.

Spencer, Diana. «In search of St. Luke Ikons in Ethiopia». Journal of Ethiopian Studies 10, fasc. 2 (1972): 67–95. Disponibile online a questo link.

Spencer, Diana. «Trip to Wag and Northern Wällo». Journal of Ethiopian Studies 5/1 (1967): 95–108. Disponibile online a questo link.

Williams, Rowan. 2022. "ID 45: DSI: Origin of the Icon." From TGS (EOTC) 1996 [Eth 1988], pp. 341–47. Täˀammərä Maryam (Miracle of Mary) Stories, edited by Wendy Laura Belcher, Jeremy Brown, Mehari Worku, and Dawit Muluneh. Princeton: Princeton Ethiopian, Eritrean, and Egyptian Miracles of Mary project. Disponibile online a questo link.


Voce pubblicata nel: 2026