Fernanda Caprara, nata il 5 febbraio 1922 a Gonzaga, nella Bassa Mantovana, fu militante comunista, sindacalista e attivista. Settima di otto figli, la famiglia vive in ristrettezze, in quella che lei chiama “un’epoca difficile piena di miseria e di ingiustizia”. La madre alleva e istruisce i figli e alla sera attorno al camino, gli canta sottovoce le canzoni antifasciste. Lei e i fratelli non sono ben visti a scuola: lei non porta la divisa delle “piccole italiane” e i fratelli più grandi non partecipano alle esercitazioni paramilitari.
All’età di dieci anni si trasferisce a Milano in una casa di ringhiera con la madre e i fratelli più piccoli; di quei tempi ricorda la paura che la grande città incuteva su loro bambini e le prese in giro dei compagni di classe che non capivano il dialetto mantovano, la mortificazione di non sapere quello milanese. Finite le elementari, per alleviare la miseria della famiglia e portare qualche soldino a sua madre, si adopera in diversi modi: vende limoni per le vie della città, fa la piccinina, lavora in una pasticceria.
Quando nell’estate del 1940 scoppia la guerra, quattro dei suoi cinque fratelli vengono richiamati e mandati al fronte. Nel frattempo la famiglia viene anche costretta a lasciare la casa di ringhiera, gli viene dato un alloggio nelle case popolari di San Siro, in via Preneste 8, dove Fernanda visse tutta la vita insieme all’amica Anna Raguzzoni.
Il primo vero impiego lo trova alla Manifattura Tabacchi: un colpo di fortuna che si rivela una grande delusione quando, nella prima busta paga, troverà anche la tessera del Fascio. Prende il vizio del fumo, ma si rifiuta di prendere la tessera; quindi si sposta alle Rubinetterie Riunite, che erano state convertite in produzione di guerra ed erano dirette dai fascisti assieme ai tedeschi. Qui furono le prime azioni sovversive: gli operai più anziani insegnavano alle giovani ragazze come far andare a pallino i caricatori delle mitragliatrici e prestavano segretamente i libri censurati. Così iniziano a intessere le prime file dell’antifascismo organizzato nelle fabbriche.
È il 1945, finalmente la vittoriosa guerra di liberazione, il giorno più bello della sua vita, tra le altre cose ricorda “[...] incontriamo i tedeschi disarmati che camminavano come tanti agnellini per Porta Romana [...] avevano occupato tutte le fabbriche, con i partigiani dappertutto, sui tetti con gli operai tutti armati”. I suoi quattro fratelli ritornano tutti, chi dal fronte, chi dai campi di concentramento.
Tre giorni dopo si iscrive al Pci, inizia a frequentare la cellula, lì viene a contatto con ideali che condivide a pieno e entusiasticamente ci si butta a capofitto. Iniziando a lavorare alla Face Standard scopre il sindacato e la solidarietà tra compagni di lavoro. Spesso è soggetto, assieme ai compagni, a coercizioni e intimidazioni. Viene sospesa e licenziata varie volte per rappresaglia, ma non si dà mai per vinta.
“[...] ogni volta che c’era lo sciopero c’era il licenziamento. Però chi andava a pensare bene: non è che licenziavano uno qualunque, ma andavano a licenziare l’attivista sindacale”.
Donna libera ed emancipata, nel 1947 si sposa, vittima di un infatuazione giovanile, che si rivela non fatta per durare. Si separa dal marito in un’epoca in cui è considerato sconveniente: diventa una “malmaridada, come disen a Milan”, appellativo che pesa particolarmente se unito alle sue sofferenze in fabbrica.
Conosce la “solidarietà con la “S” maiuscola” quando, ammalata di tubercolosi, la direzione della fabbrica le nega i contributi dal fondo di assistenza perché sovversiva; è allora che i compagni si adoperano per mandarle la busta a casa, con cui può permettersi le cure. La sua attività sindacale però non si estingue dopo la liquidazione, ma continua al sindacato della Federbraccianti di Novara. Si propone poi all’Udi (Unione Donne Italiane) provinciale di Milano, che vuole organizzare “come una proposta concreta, seria, che interessava le lavoratrici, sulla legge della lavoratrice madre di Teresa Noce”. Il primo 8 marzo in fabbrica lo festeggeranno anche raccogliendo le petizioni per la proposta di legge. Inoltre si occupa della distribuzione di “Noi donne” e della sensibilizzazione di donne e ragazze e gestisce anche la colonia di Pinarella di Cervia.
Nell’ultimo periodo della sua vita si è dedicata con passione alla creazione del Centro anziani di San Siro di cui è stata presidente. Muore nel 1999 all’età di settantasette anni.
*Il testo di questa voce è tratto da: Tutte donne! Le storie, l’impegno politico e sociale a San Siro (1940-1968)
Tutte donne! Le storie, l’impegno politico e sociale a San Siro (1940-1968), a cura di Debora Migliucci, Ardemia Oriani, Silvana Schiavi, Enciclopedia delle donne con Archivio del lavoro, 2016.
Voce pubblicata nel: 2026
Ultimo aggiornamento: 2026