«I suoi capelli sono arruffati come quelli delle streghe, secondo lo spirito del tempo». Così Ida Faré, donna bellissima dal corpo snello di ragazza, occhi bistrati di kajal, mani sempre in movimento, descrive il suo alter ego nel romanzo La mia signora (1986) oggi introvabile, come l’altro suo libro Malamore (1985), uscito un anno prima.
La mia signora è il racconto della generazione che ha osato dare l’assalto al cielo nel decennio degli anni Settanta.

La generazione che ha cominciato a scrivere la storia a propria immagine e somiglianza, si è smarrita tra una parola e l’altra e ha finito per scrivere un dramma senza fine. La signora appartiene a quegli anni in modo ingenuo e totale: sente tutto ciò che accade, lo segue, se ne ritrae, sbaglia, ritenta ancora.

La protagonista del romanzo incontra infatti i primi segni degli anni di piombo, ma non si accorge del mutamento.

«Il sogno della rivoluzione si è trasformato in punto di non ritorno». È da lì, da quel buco nero, con una scrittura chirurgica e insieme appassionata che racconta l’abbraccio tra la militanza politica e il partire da sé del femminismo. Poche persone come lei hanno saputo interpretare radicalmente nella loro vita tutte le soggettività di quella manciata di anni che sembrano aver bruciato un secolo. “Fiamma ardente di femminilità”, qualcuno l’ha definita, una donna che credeva nella politica partendo dalle relazioni. È difficile collocarla, perché Ida Faré, nella dimensione libera e non ideologica della sua presenza nel mondo è stata tante cose: militante politica, femminista, giornalista, biologa, architetta, ecologista, scrittrice, donna innamorata, madre-leonessa, grande cuoca...

Ma partiamo dall’inizio. Ida nasce nel 1938 in una famiglia alto-borghese milanese; il padre Paolo Donato Faré è un affermato imprenditore, mentre la madre Ida proviene dalla dinastia Greppi, nome aristocratico ben noto a Milano. Si sarebbe dovuta chiamare Maria Luisa, ma prende il nome della madre, morta quindici giorni dopo il parto di febbre puerperale. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la famiglia aveva seguito il padre, inviato come ufficiale ad Asmara. Ma dopo il 1943 e la morte anche del padre, Ida, cinque anni, insieme al fratello Paolo, di otto, vengono rimpatriati con una nave della Croce Rossa. Sono eredi di un impero economico, e cresceranno con la zia Mercedes Faré, che l’ha spuntata sulle zie materne. «Raccontava di un’infanzia un po’ triste», ricorda oggi la figlia Marta Pellis. «Per le zie era la povera Idina. Stava stretta in famiglia, e dopo il liceo scientifico andò a vivere in un appartamento di piazza Mentana, sotto la tutela del fratello maggiore».

Ida si sposa a 23 anni, incinta, con Pierguido Pellis. Sarà breve però il periodo vissuto da sciura milanese: gira con una Giulietta rossa, persa con il divorzio. È una separazione difficile, con i bambini ancora piccoli che vengono affidati al padre: Marta aveva tre anni e Nicola due. «Era il 1964, mia madre fu uno degli ultimi casi di donne perseguite dalla buoncostume», racconta la figlia. Il marito aveva costruito ad arte un caso di adulterio in flagranza, per cui divenne una separazione “per colpa” di lei.

Che giovane madre era stata, Ida? «Quando potevamo andare a trovare la mamma era una festa. Stare con lei era la vita vera, era gioia pura. Ida si affidava al legame naturale, e noi sentivamo il suo occhio materno sempre attento, presente».

La ricorda così l’amica Clelia Pallotta, che ha condiviso con lei molta strada: «Aveva un’altissima idea delle donne, era il suo modo di stare al mondo. E una religiosità pagana, naturale, un legame con l’invisibile e le energie sottili, rivalutava la cura come potenza, come capacità di portare benessere e calore, era molto carnale. La stessa passione che ha messo nella relazione con gli altri, uomini e donne». L’amore che ha dato e ricevuto, nella rivoluzione femminista e nei rapporti tra i sessi di quegli anni di frontiera, dell’amore libero, quello che Ida chiamava “la libera coppia di amanti infedeli”, modello vissuto da molte di noi come laboratorio di una condivisione totale, nel bene e nel male. L’amore che ha dato agli altri due figli, Ernesto Gorla e Caterina Balzani, con lei nella grande casa con giardino di piazza Wagner, anche loro «cresciuti ad alto rischio, tra la libertà e l’abbandono. Ma sono l’unico abbandono che non sono riuscita a portare a termine», fa dire alla sua Signora. Infine l’amore per il progetto politico, a cui ha donato anche molto del patrimonio che aveva ereditato (“il denaro va ridistribuito”, diceva).

Il ‘68 era alle porte, e proprio in quell’anno si iscrive a biologia, dando il via alla nuova vita. Fa attività politica con Avanguardia Operaia, distribuisce i volantini fuori dalle fabbriche, disinvoltamente in pelliccia. Più tardi comincia anche a scrivere per il quotidiano dell’organizzazione, che ha contribuito a realizzare, “Il quotidiano dei lavoratori”, e partecipa al primo nucleo delle femministe che facevano riferimento alla sinistra extraparlamentare. La sua passione per il giornalismo andava di pari passo con quella politica. Inizia al Manifesto nella sede di Milano, con varie puntate a Roma per lavorare alla redazione centrale. Le viene affidata l’inchiesta sulla violenza che stava sconvolgendo la capitale.
Frequenta le assemblee, i collettivi, i quartieri che le sembrano più vicini a ciò che vuole conoscere. Si accorge che ciò che cerca non è segreto, si dirama nelle viscere molteplici del movimento che vive accanto a lei, la sfiora come una cosa. Da allora diventa la “cosa”: vuole scoprire tutto quello che è stato scritto, fotografato e immaginato. Ma un giorno Rossana Rossanda la chiama: così non va, non hai il distacco necessario. Dopo una riunione che vive come un processo, Ida dichiara “me ne vado”. È la sua prima grande sconfitta, e ritorna definitivamente a Milano. Quel suo lavoro sul terrorismo nascente le servirà poi per un libro-inchiesta scritto a quattro mani con Franca Spirito, Mara e le altre, Le donne e la lotta armata, pubblicato da Feltrinelli nel 1979: non un cercare il femminismo nelle varie Mara Cagol o Nadia Mantovani, ma capire le spinte profonde e inconsce di una scelta così maschile e irreversibile.

La sua anima ecologista la vede in prima linea nella controinformazione sul gravissimo incidente dell’Icmesa, multinazionale chimica di Seveso che il 10 luglio 1976 sprigionò una nube tossica di diossina. Lavorò a un dossier di inchiesta con i collettivi e in questa battaglia collaborò con la medica Laura Conti, pioniera dell’ambientalismo italiano, per seguire da vicino le conseguenze sulla salute, soprattutto delle donne.

Passano pochi anni ma sembra un secolo. La passione di Ida per il giornalismo la coinvolge in un evento d’avanguardia: nel 1980 esce il primo numero di una rivista mensile patinata e di grande formato, Grattacielo-Occhi di donna sul mondo, condiviso con la direttrice Anna Maria Rodari, la critica d’arte Francesca Pasini, la fotografa Paola Mattioli e tante altre firme. Raffinata e preveggente (fece discutere un’inchiesta sulla sessualità maschile), era una scelta per non restare indietro rispetto alla rivoluzione dei giornali femminili dei grandi editori. Diceva il claim: «un mensile di politica, cultura e attualità rivolto a un pubblico ampio, con l’ambizione di un femminismo diffuso che renda quotidiano il punto di vista delle donne e dia molta attenzione alle immagini e all’iconografia». Durò poco, nove numeri, ma segnò una mutazione in corso anche nel femminismo e nella sua comunicazione.

Ma chi è diventata Ida Faré in quel decennio che fu nominato come quello del riflusso? Approfitta della riforma universitaria per mettere a frutto la laurea in biologia: entra al Politecnico di Milano, alla facoltà di architettura, come docente di igiene edilizia – che si trasformerà poi in igiene ambientale. «Ida è stata l’anima del Gruppo Vanda, il suo motore», racconta l’architetta Gisella Bassanini, la più giovane del collettivo. «È riuscita a creare un nuovo insegnamento, l'architettura sociale, con implicazioni antropologiche». Formato da Ida Faré, Sandra Bonfiglioli, Marisa Bressan e lei, il collettivo è attivo per un decennio, dal 1990 al 2000, ed è stata la prima comunità scientifica italiana a occuparsi delle teorie e opere femminili in architettura, design e urbanistica. «Osare pensare la città femmina, dicevamo, applicare la differenza sessuale all’abitare», ricorda Bassanini. «Sono nati seminari e tesi di laurea diventate poi pubblicazioni, corsi frequentati anche da studenti maschi che si interessavano alla ricerca delle donne». Da questa esperienza nascono due libri, Architetture del desiderio e Nuove specie di spazi, entrambi editi da Liguori. Ida Faré resterà al Politecnico fino al 2015.

Il nuovo millennio riserva a Ida quello che lei stessa dichiara «la vicenda più grande e terribile della mia vita, la morte di mio figlio Nicola». «Alla morte del figlio disse: ‘Voglio cucinare, fatemi cucinare’. Ida era nutriente, quando arrivava qualcuno chiedeva: ‘hai mangiato?’», racconta ancora Clelia Pallotta, che ha condiviso con lei l’ultima avventura. Un’avventura che diventa Fuochi, la cucina di Estia, edito dalla Libreria delle Donne di Milano, con sei autrici/cuoche: Ida Faré, Stefania Giannotti, Annamaria Rigoni, Clelia Pallotta, Ottavia Colabella, Rossella Bertolazzi. Fra tutte, propongono 64 ricette e molti piccoli segreti dell’arte culinaria. In fondo Estia, la dea del focolare, è una figura mite e umile. Scrive Ida nell’apertura di Fuochi:

Tutte le donne, amiche, conoscenti lontane o casuali, si sono strette attorno a me come in un cerchio, in un grande abbraccio. Un bel giorno ho chiuso tutti gli scritti le fotografie e i ricordi in un album giapponese che una di loro mi aveva regalato, e ho deciso di uscire da me e affrontare il nuovo destino. Fatico a scriverlo, ma ho creduto allora che il calore dei fuochi potesse sciogliere un poco il gelo dell’anima e, dopo aver deposto il librone dei ricordi in un armadio che ancora oggi fatico ad aprire, sono entrata nella cucina del Circolo della Rosa.

Da quel circolo non esce più, in quel luogo si intrecciano due anime, la politica delle donne e l’arte femminile della cucina. Così accanto al q.b. e alla sperimentazione di nuove ricette, nascono anche gli appuntamenti con le lezioni di filosofia di Luisa Muraro, il biglietto d’entrata con la vignetta di Pat Carra e la scritta Cibo dell’anima cibo del corpo. Settanta iscritte, basterà il cibo? La discussione continua anche a tavola, perché la filosofia apre il cuore e la mente. Sono stati quasi due decenni di nuovi incontri, di scambi e di discussioni accese, di chiacchiere e di risate. Da lì sono passate centinaia di donne e non pochi uomini. Estia gongola ancora di gioia.

Ida Faré muore a 80 anni l’8 agosto 2018 dopo una breve malattia, circondata dall’affetto dei figli e delle amiche.


Voce pubblicata nel: 2026