“Alla fine del mio soffrire / c’era una porta”.1 Questi due versi le affiorano alla mente all’improvviso, come il germoglio inaspettato di una pianta che si credeva ormai morta. Da mesi non scriveva: le giornate scorrevano lente nel giardino della sua casa nel Vermont, immerse in una solitudine quasi ascetica, che rispecchiava il suo silenzio creativo. Ed è proprio da uno squarcio in quel silenzio che nasce, nel giro di poche settimane, in uno dei suoi impeti creativi, The Wild Iris (L’iris selvatico): cinquantaquattro poesie destinate a vincere il Premio Pulitzer nel 1993. Essenziale e intensa come le pagine di Emily Dickinson, intimamente simbolica come quelle di Sylvia Plath, la raccolta costruisce una sequenza in cui a parlare sono i fiori stessi, lungo un arco che va dalla primavera all’inizio dell’estate. In quella polifonia di voci, dolorose storie personali in disguise diventano un sottile leitmotiv.

Louise Glück nasce a New York nel 1943, in una famiglia di origini migranti dalle ambizioni intellettuali rimaste incompiute. La madre, discendente di ebrei russi e laureata al Wellesley College, rinuncia a una vita professionale per dedicarsi alla casa; il padre, figlio di immigrati ungheresi, accantona il sogno di diventare scrittore per intraprendere la strada dell’imprenditoria. Sostenuta dai genitori nel suo amore per la letteratura, Louise comincia prestissimo a scrivere puntando alla pubblicazione. La sua formazione è nutrita dai miti greci, da figure eroiche come quella di Giovanna d’Arco, dalla visionarietà di William Blake e dalla teatralità di Shakespeare.

Durante l’adolescenza soffre di anoressia nervosa, un tentativo estremo di affermare un’identità autonoma, di diventare “un’anima pura”, sottratta ai vincoli terreni del corpo. Ne uscirà dopo anni di psicoanalisi, esperienza che considererà fondamentale non solo per la propria sopravvivenza, ma anche per averle insegnato a pensare. Dopo il diploma si iscrive ai corsi di poesia della Columbia University; qui trova la propria voce sotto la guida di maestri come Léonie Adams e Stanley Kunitz. Nello stesso periodo, le sue poesie iniziano ad apparire su note riviste come Mademoiselle, The New Yorker e The Atlantic Monthly.

La sua prima raccolta poetica, Firstborn, viene pubblicata nel 1968. Già in quella prima prova cominciano a emergere le peculiarità della sua voce, con un linguaggio diretto, a tratti scarno, colloquiale e aspro, ma con una musicalità e una potenza uniche, che la condurranno a vincere l’Academy of American Poets’ Prize. Dopo questa pubblicazione, però, Glück ha un lungo blocco creativo, che termina solo nel 1971, anno in cui l’esperienza dell’insegnamento al Goddard College nel Vermont le fa tornare la voglia di scrivere. Seguono raccolte poetiche a intervalli regolari di circa cinque anni l’una dall’altra, in un alternarsi ricorrente di periodi di intensa produttività seguiti da mesi o addirittura anni di inattività creativa.

La formazione dell’infanzia continua ad alimentare il suo immaginario. Ne sono la prova le poesie di The House on Marshland (1975), fra le cui voci emerge quella di Giovanna d’Arco, o l’uso del repertorio mitologico in The Triumph of Achilles (1985) e nelle successive Meadowlands (1997) e Vita Nova (1999), nella quale vi è anche un chiaro riferimento a Dante Alighieri.

La raccolta del 1990, Ararat, funge da spartiacque nella sua poetica: si apre una stagione più apertamente autobiografica e monotematica, centrata su figure femminili e sul lutto come concetto dominante, in cui la vita dinanzi alla morte “Si riduce a un niente, appena / un momento sulla terra. / Non una frase, ma un respiro, una cesura”2.

La consacrazione arriva nel 1992 con la pubblicazione di The Wild Iris, raccolta acclamata a livello internazionale, in cui il dolore viene esplorato in tutte le sue forme. “Scrivere è anche una sorta di vendetta contro le circostanze: sfortuna, perdita, dolore. Se ne fai qualcosa, questi eventi non possono più abbatterti”, dirà in un’intervista successiva, pur mantenendo sempre la riservatezza sulla sua vita personale. Pochi poeti, in effetti, hanno saputo descrivere il dolore in modo limpido e insieme contraddittorio, senza mai scadere nella morbosità, come ha fatto lei: “Noah dice / che i depressi odiano la primavera, disequilibrio / fra mondo interno ed esterno”, recita “Matins” (Mattutino); tuttavia, la voce si scopre “depressa sì, ma in qualche modo / appassionatamente / attaccata all’albero vivo”3.

Negli anni Duemila, dopo oltre vent’anni di insegnamento nel Vermont, Glück accetta un nuovo incarico a Yale e poco dopo viene insignita del titolo di poeta laureata degli Stati Uniti. Le sue raccolte si orientano verso nuove dimensioni, con un particolare interesse per la cultura mediterranea: in Averno (2006) il mito di Persefone diventa una meditazione sullo scorrere del tempo e sulla solitudine, mentre in A Village Life (Una vita di paese) (2009) costruisce una cittadina costiera immaginaria, paragonata a una moderna Antologia di Spoon River.

Nel 2020 arriva il riconoscimento più ambito: riceve il Premio Nobel per la letteratura “per la sua inconfondibile voce poetica che, con austera bellezza, rende universale l’esistenza individuale”. Dopo il Nobel, pubblica quella che sarà la sua ultima raccolta poetica, Winter Recipes from the Collective (2021) (Ricette per l’inverno collettivo) e il suo primo lavoro in prosa, Marigold and Rose (2022) (Marigold e Rose), una storia tenera dedicata all’innocenza della prima infanzia.

Louise Glück si spegne nel 2023, lasciando tredici raccolte di poesia, due di saggi e una carriera incredibile costellata di premi e onorificenze, ma soprattutto un’opera che è stata in grado di scandagliare gli anfratti più oscuri e perturbanti dell’esistenza umana con una delicatezza e un’eleganza senza pari.

Note


1 Da “The Wild Iris” (L’iris selvatico), in L. Glück, L’iris selvatico, Milano, Il Saggiatore, 2020, p.13.
2 Da “Labor Day”, in L. Glück, Ararat, Milano, Il Saggiatore, 2021 (ed. Kindle).
3 L. Glück, L’iris selvatico, Milano, Il Saggiatore, 2020, p.17.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Louise Glück

L. Glück, Ararat, trad. Bianca Tarozzi, Milano, Il Saggiatore, 2021.
L. Glück, L’iris selvatico, trad. Massimo Bacigalupo, Milano, Il Saggiatore, 2020.
L. Glück in Poetry Foundation.
L. Glück in The American Academy of Achievement.
Colm Tóibín, Louise Glück: a poet who never shied away from silence, pain or fear, The Guardian, 17 ottobre 2023.

Nobel Prize lecture: discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel.
A Voice of Spiritual Prophecy, Washington, D.C., intervista del 27 ottobre 2012.




Voce pubblicata nel: 2020

Ultimo aggiornamento: 2026