Quando vedo i prugni e i peri nella campagna, ripenso alla vostra bontà, a voi.
Ѐ così che scrive Maria Pia Gullini in una delle lettere inviate alla zia Clementina dal monastero di S. Giuseppe in Grottaferrata (RM), sede dell’ordine dei Cistercensi Riformati, ossia dei Trappisti. Le missive, scritte disordinatamente su carta intestata del convento, hanno un tono confidenziale e sono quasi tutte prive di data o al più recano solo l’indicazione del giorno e del mese: nonostante ciò risultano attribuibili agli anni Trenta del secolo scorso, quando Maria Pia, al secolo Maria Teresa o Elena, fu badessa delle monache Trappiste.
La religiosa, figlia di Arrigo (1863-1939), alto dirigente delle ferrovie italiane e dalla lunga carriera ministeriale, e di Celsa Rossi (1863-1942), possidente, nasce a Verona nel 1892, dove i genitori, entrambi originari di Bazzano (BO), si erano trasferiti provvisoriamente a causa del lavoro del capofamiglia.
I nonni paterni, commercianti agiati e proprietari terrieri, sono Francesco (1837-1924) ed Elena De Maria (18391926), mentre quelli materni, anch’essi benestanti, sono Pietro ed Enrica Branchini. Maria ha due fratelli, Luigi (Gigi) e Camillo, col quale condivide un legame di grande affetto. Numerosi poi gli zii: quelli per parte di madre (Raffaele, Elena, Celsa, Adele, Augusto, Clementina, Alberto e Flaminio), e quelli paterni: (Leonello, Decio e Teresa).
Molti di questi congiunti sono nominati nelle sue missive, indirizzate però quasi tutte a zia Clementina, donna nubile e senza figli, definita affettuosamente “zietta” o “ziettina” da Maria Pia, a lei particolarmente legata.
Allo stesso modo il nomignolo – “Mariolino” o “Mariulein” –, ricordato più volte dalla religiosa nelle sue lettere e da sempre utilizzato dalla zia per rivolgersi alla nipote, evidenzia l’affettuosa complicità e la profonda confidenza esistente tra le due donne. Lo stretto legame con la famiglia, e in particolare con alcuni membri della stessa, risalta con forza nelle poche lettere a disposizione: il costante ricordo dei congiunti, anche di quelli non più in vita, e la riconoscenza per gli aiuti ricevuti a vantaggio di tutto il convento, rivelano la vicinanza della religiosa ai suoi cari e viceversa. In tal senso i lavori agricoli eseguiti dallo zio Augusto nei campi circostanti il monastero, lavori che avevano permesso alle monache di fruire di un abbondante raccolto di frutta e verdura, sono ricordati in particolare in un biglietto allo zio Augusto, in cui Maria Pia accosta la coltivazione del terreno a quella del proprio campo interiore, necessaria a ciascun cristiano.
Carissimo zio Augusto. Ti voglio mandare un salutino, notificarti la buona riuscita dei peri, di cui ti siamo tanto grate. Ti raccomando tanto il “tuo campo”, quello che sai, di cui la rendita ti farà vivere più o meno bene per sempre. Ricordati. Per sempre. Ti raccomando la sarchiatura delle male erbe, che crescono come se fossero seminate. Strappa, vanga e ripianta e poi acqua e sole, zio Augusto, e concime di buone opere! Altrimenti rimane terreno magro magro. Acqua e sole dei tuoi doveri cristiani. Bada che la Madonna ha ricomprato il tuo campo ormai perduto. Ora ne è la proprietaria. Sii un mezzadro fedele! Grazie di tutto: Sai che ti rammento sempre, anche le mie suore e preghiamo per te.
Maria Pia.
Anche i “lavoretti” da elettricista eseguiti a Grottaferrata dal fratello Camillo, per migliorare la resa delle incubatrici a disposizione del convento, sono motivo di apprezzamento e riconoscenza non solo da parte di Maria Pia, ma anche delle sue consorelle, che possono così contare sull’allevamento di polli e conigli. La vita operosa del monastero e la situazione economica dello stesso sono sempre incentivate e seguite con attenzione da Maria Pia, che in una lettera alla zia Clementina scrive:
Abbiamo tante giovani che lavorano con tanto slancio. Livellano terreni, fanno viali, letamai, vuotano il pozzo nero per concimare i campi. Tutto ciò prima lo facevano gli operai, e son lavori pesanti, ma ora li fanno così volentieri. Abbiamo piantato barbabietole in un campo, dove il trifoglio non era nato. A maggio! Eppure a forza di cure di acqua, di concime e di zappa abbiamo avuto un buon raccolto e le foglie, oltre che le vacche, le abbiam mangiate noi. Sono straordinarie! Migliori che gli spinaci. Fanne la prova.
In età giovanile Maria Pia frequenta a Venezia, dove la famiglia si era trasferita, il collegio delle Dame del Sacro Cuore, dove per la prima volta si accosta al problema dell’unità dei cristiani. Pronunciati i primi voti nel 1919 e abbracciato l’ordine Trappista, intraprende un cammino che la porterà a divenire pioniera dell’ecumenismo cattolico.
Dopo essere stata nel monastero francese di Laval per 9 anni, dove aveva intrapreso anche il suo noviziato, nel 1926 rientra in Italia, a Grottaferrata. Negli anni ’30 e ’40 Maria Pia aderisce allo spirito ecumenico promosso dal sacerdote francese Paul Couturier. In un’epoca di rigida chiusura della Chiesa Cattolica verso le altre confessioni cristiane, Gullini ha intuito la necessità della preghiera per l’unità dei cristiani, entrando in contatto con i maggiori ecumenisti europei del tempo.
Dal 1931 al 1940 è badessa del monastero, ma per la diffidenza verso le sue convinzioni ecumeniche, ritenute troppo audaci e non ben viste in quegli anni, è costretta a dimettersi. Viene rieletta alla guida della comunità trappista nel 1946 con un incarico che durerà fino al 1951. In quegli anni, e precisamente il 18 novembre 1938, nonostante i travagli e le enormi difficoltà incontrate, Maria Pia scrive alla zia Clementina:
Come ringrazio il Signore della vocazione religiosa, come sono sempre più felice, felice per me stessa, felice di sentirmi nel centro da dove parte ogni grazia, ogni aiuto per la povera umanità.
A Grottaferrata stringe anche un forte legame spirituale con la Beata Maria Gabriella Sagheddu, da lei accolta nel convento nel 1935 e seguita amorevolmente fino alla morte. Quando suor Maria Gabriella muore di tubercolosi nel 1939, offrendo il suo sacrificio per l’unità dei cristiani, Maria Pia ne custodisce la memoria, orientando la procedura per la successiva beatificazione (avvenuta nel 1983).
Nel 1940, in seguito a nuove incomprensioni all’interno del suo stesso ordine, viene mandata in esilio in Svizzera nel monastero di Fille Dieu, nella diocesi di Friburgo, dove rimane fino a tutto il 1958, vivendo nel silenzio, nella solitudine, nel nascondimento, ma anche immersa in un’intensa vita di preghiera, per poi tornare in Italia a causa delle sue gravi condizioni di salute. Qui nel frattempo il monastero di Grottaferrata è stato soppresso e le suore trasferite in quello di Vitorchiano (VT) nel 1957. In questo nuovo complesso Maria Pia potrà vivere pochissimo tempo, morendo in ospedale a Roma nel febbraio del 1959.
Personalità difficilmente inquadrabile in regole troppo severe, dalla semplice e naturale nobiltà, continuamente alla ricerca dell’assoluto, innamorata della Chiesa e dell’ordine monastico, aperta all’ecumenismo, Maria Pia Gullini è stata anche donna incline a tenerezza ed empatia, sempre attenta alle necessità materiali e spirituali delle consorelle, che le erano state affidate. Capace di plasmare la sua comunità, unendo la rigida regola trappista a una visione spirituale vasta e profonda, centrata sull’Eucaristia e sul discernimento, la Gullini è divenuta una figura tra le più carismatiche e profetiche del monachesimo contemplativo italiano del Novecento.