«Dov’è la compagna maestra?» chiese nel 1951 il segretario del PCI, Palmiro Togliatti, quando, arrivato a Reggio Calabria, non trovò Rita Maglio nel gruppo ristretto di compagni delegato ad accoglierlo. La direzione locale del partito, in testa il genero Tommaso Rossi, non l’aveva inclusa e lei, nel racconto della figlia ed erede politica, Silvana Croce, «l’aveva presa malissimo». Ma la sua assenza non poteva passare inosservata e, su richiesta di Togliatti, la maestra fu subito convocata.
Femminista impegnata in prima linea nelle battaglie per i diritti delle donne e delle braccianti della Piana, Rita nasce a Galatone, nel leccese, e riceve dal padre, proprietario terriero, la sua prima lezione di democrazia: quella di chi, a passeggio per le vie del centro, saluta sempre per primo lo spazzino «perché chi lavora merita onore». Ma sarà a Reggio Calabria, dove i Maglio si trasferiscono per lavoro dopo il sisma del 1908, che Rita entra in contatto come giovane maestra con la miseria dei bambini e l’apprendistato paterno diventa «seme di rivolta» e di politica attiva.

Ha 18 anni quando, a seguito della morte del padre e di un fratello nella Prima guerra mondiale, deve rinunciare al sogno di una laurea ed iniziare a lavorare per mantenere la madre e sei fratelli più piccoli. Insegnerà in mezzo alle difficoltà delle varie frazioni reggine: nel rione popolare di Gebbione e tra i baraccati di Santa Caterina come fra i banchi del secondo dopoguerra. È così che un mestiere, nato per necessità, diventa passione pedagogica e cifra di una vita: un misto di caparbietà e gentilezza capace di conquistare tanto alunne e alunni quanto le compagne di lotte sindacali e civili. Era anche la scelta di una imprescindibile postura morale: «stare sempre dalla parte degli ultimi», dare voce e strumenti di emancipazione agli invisibili, lottare contro lo svantaggio dei marginali, realizzare una scuola - e una società - di «eguaglianza con equità» e di precoce inclusione.

«Rita, dici tu per noi quello che noi vorremmo dire e che non sappiamo dire come sai dire tu» le ripeteva sempre la moglie di un compagno di partito. Molto stimata per le sue abilità oratorie, teneva comizi ovunque: Taurianova, Locri, Roccaforte, Caulonia, ma anche Taranto, Lecce, Grosseto. Spesso con al seguito le due figlie, Anita e Silvana, presto consapevoli e partecipi dell’attivismo materno: «Sin da bambine – spiega Silvana - io e mia sorella sapevamo di avere una madre diversa dalle altre e ne eravamo fiere: in tempi in cui le donne erano destinate alle funzioni domestiche, lei non è mai stata una casalinga e ci ha trasmesso un grande amore per la lettura: quando uscivamo, non si comprava un giocattolo che non fosse abbinato ad un libro».

Un’attitudine evidente anche per me quando, all’età di quattordici anni, conobbi Rita Maglio: ero andata a trovarla insieme a mia madre che era stata sua alunna (Rosetta Cotroneo, nella foto, in basso a destra) e avrei dovuto rivederla in un’altra occasione, che non ci fu: «Avrei voluto preparare un libro da regalarti – mi disse ultra-ottuagenaria – ma avevo bisogno prima di conoscerti, per sapere qual è quello giusto per te». In sorprendente anticipo sui tempi era convinta che le letture, e gli stimoli didattici in genere, non dovessero essere casuali ma personalizzati. Per questo, alle elementari, un compito speciale della piccola Rosetta – futura docente d’arte – era stato disegnare alla lavagna, ogni anno, nel giorno di Santa Rita, le decorazioni floreali per festeggiare la maestra.

Ma il piglio di esplorare strade nuove era un tratto caratteristico della Maglio.
Rita ha venti anni quando fonda, nel 1919, insieme agli avvocati Gaetano Sardiello e Guglielmo Calarco, un circolo politico culturale a cui sarebbe stato dato grande rilievo sul Corriere di Reggio: «Era la prima volta che una donna aveva un ruolo da protagonista a Reggio Calabria, – scrive Tommaso Rossi nella sua autobiografia politica – Rita ha avuto l’onore e l’onere di essere la prima donna di Reggio a proporre il ruolo paritario di una donna nelle attività fino a quel momento affidate in esclusiva agli uomini.»

Le figlie sono ancora bambine quando, alla fine del 1938, trasforma l’isolato 64 di Tre Mulini, dove abitavano, in presidio dell’antifascismo clandestino: casa Maglio era frequentata, ogni sera, da giovani che si scambiavano libri e iniziative contrarie al regime. Alcuni di loro avrebbero costituto una parte importante degli intellettuali, artisti e dirigenti comunisti locali (e non solo) del dopoguerra: Salvatore Cimino, i fratelli Bruno ed Evanzio Neri, Enzo Misefari, Vincenzo Caridi, il futuro storico Rosario Villari. Per intanto si trattava di esercitare la disobbedienza civile anche affiggendo, di notte, su corso Garibaldi, il “salotto buono” della città, manifesti antifascisti. Attività protette dalla stima di cui godeva la maestra nel vicinato. E dal coraggio di un questurino che, quando il regime diede ordine di perquisire l’isolato, riuscì ad avvisare per tempo il gruppo di Rita. Villari, spuntato al 64 di Tre Mulini nell’ultima fase, oltre ad essere il più giovane di loro, era figlio della maestra Anna Isaia, una delle colleghe e colleghi che, su iniziativa di Rita, contribuivano alla raccolta mensile di fondi per il “soccorso rosso” ossia in aiuto delle famiglie dei perseguitati del regime.
Una vicinanza professionale che avrebbe sostenuto la “compagna maestra” anche in seguito: quando, negli anni dello scelbismo, all’Istituto De Amicis, dove Rita insegnò per 43 anni, furono inviati gli ispettori con l’accusa che lei facesse propaganda comunista tra i banchi, la solidarietà di colleghi e genitori fu forte e l’imputazione cadde.

Ma il rischio non aveva mai fermato l’antifascismo di tradizione familiare. La figlia Silvana fa riferimento, a tal proposito, ad una riunione pericolosa tenutasi nel mese di luglio del 1943, a Palizzi, dove i Maglio erano temporaneamente sfollati a seguito dei bombardamenti e dove l’antifascismo aveva già contagiato anche Italo, il fratello più piccolo di Rita: «In casa – racconta – arrivavano le armi che zio Italo sottraeva all’esercito e che mia madre mandava ai contadini di Ravagnese nella prospettiva di una lotta partigiana a Sud».

Dopo la guerra, Rita torna a Reggio ed è coprotagonista sia nella costituzione della federazione provinciale del PCI sia nella fondazione, nel 1944, della sezione calabrese dell’Unione Donne Italiane (oggi Unione Donne in Italia).
In quella che, in quel momento, rappresentava la maggiore associazione per la promozione femminile nel Bel Paese confluiva di fatto l’esperienza dei GDD, i gruppi di difesa della Donna sorti durante l’occupazione tedesca e formati da partigiane il cui impegno, per Rita e compagne, non poteva essere archiviato con la fine del conflitto. Sul filo rivoluzionario dello stesso ragionamento, se pure era importante restituire lavoro ai reduci, le donne che avevano preso il loro posto non potevano “tornare a casa” a guerra conclusa. Si trattava di affermare, in una mozione che vide l’Udi reggina capofila, la centralità del lavoro femminile come chiave delle future politiche di emancipazione ossia del «lavoro come strumento non solo di sostentamento familiare, ma di affermazione di sé».

Lo stesso principio avrebbe guidato, qualche anno dopo, anche il sostegno costante di Maglio alle rivendicazioni delle raccoglitrici di olive e all’occupazione delle terre incolte della Piana di Gioia Tauro – terreno durissimo di scontro sociale del mezzogiorno misconosciuto – e avrebbe portato alla legge sul lavoro femminile in agricoltura del 1964: era l’approvazione di una proposta di legge di iniziativa popolare sulla parità salariale in agricoltura con cui l’UDI aveva promosso e ottenuto l’estensione anche alle donne contadine della ratio dell’Accordo internazionale sulla parità salariale nell’industria del 1960. In rottura con un passato in cui le donne contadine erano state scarsamente considerate. E in preparazione della legge del 1977 sulla parità di trattamento tra uomini e donne nel lavoro.

Di pari pari passo alla battaglia per i diritti del bracciantato femminile del versante tirrenico del litorale calabro, c’è l’impegno di Rita a fianco alle lavoratrici del versante ionico, in quel tratto di costa, in provincia di Reggio Calabria, detta “Riviera dei Gelsomini”: le gelsominaie erano ragazze, ma anche bambine tra gli otto e i dieci anni, costrette ad avviarsi scalze, in piena notte, nei campi per iniziare la raccolta quando era buio e il fiore ancora aperto. Il lavoro durava ore per poche lire di guadagno: 25 per ogni chilo di gelsomini, cioè circa 8000 fiori. La protesta delle raccoglitrici di gelsomino era arrivata in Calabria, nella Piana della Locride, sull’onda lunga delle battaglie delle colleghe siciliane. Le braccianti rivendicavano – a partire dalla prima protesta, guidata a Milazzo, nel 1946, dalla gelsominaia Grazia Saporita detta “La Bersagliera” – bilance automatiche, un salario più alto, più giorni di lavoro (51 per poter maturare il diritto alla disoccupazione) e condizioni di vita più umane. Rita si schiera al loro fianco. E piano piano arrivano i primi risultati: alle gelsominaie vengono forniti grembiuli, stivali e cappellini e la paga, per le lavoratrici della provincia di Reggio Calabria, passa, nel 1959, da 25 a 195 lire per chilogrammo di gelsomino raccolto.

Nella vita materiale della maestra, si trattava di organizzare picchetti, battere le campagne, e le periferie, cercare di convincere altre donne alla partecipazione politica attiva e all’esercizio del voto conquistato nel ’46.
Sempre nell’ambito dell’UDI si era collocato infatti l’impegno di Rita per il suffragio universale femminile. Una battaglia – trasversale ai partiti e alle associazioni femminili – che Rita e compagne conducono, e vincono, anche con le donne del CIF di ispirazione cattolica.
Grazie all’impegno nell’Udi reggina, che Rita presiede dal 1950 al 1956, si arriva pure alla creazione dei primi servizi, consultori, asili a sostegno dell’occupazione femminile.

Nel 1956 Rita diventa la prima consigliera donna eletta al Comune di Reggio Calabria nelle file del PCI. Lo sarà per due mandati consecutivi, sempre con l’energia e il coraggio che dall’antica lezione paterna si trasmette alle figlie: Silvana, la primogenita, nata nel 1933, è stata un’ infaticabile organizzatrice delle battaglie delle raccoglitrici di olive e di gelsomino e delle operaie del polo tessile di San Gregorio e una delle protagoniste dell’affermazione dell’Udi a Reggio. Anita Croce, a sua volta maestra e attivista al seguito di Rita, fu arrestata all’età di 17 anni, insieme al futuro marito, Tommaso Rossi, durante lo sciopero degli studenti organizzato a Reggio, il 18 Gennaio del 1951, dalla Federazione Giovanile Comunista contro l’arrivo in Italia del generale Eisenhower. E poi le “altre”: allieve, compagne, colleghe, lavoratrici.

Nel ricordo personale di Rosetta, ex alunna dei tempi poveri del dopo guerra, restano il ricordo di un fiocco rosso – quello che i bambini di Rita indossavano, a scuola, sul colletto bianco del grembiule – e dei dolcetti che la maestra compagna, nel giorno cattolico del suo onomastico, faceva arrivare in aula, freschi di bar.

Prima e dopo l’incontro con Togliatti, la voce della “compagna maestra” sarebbe circolata, a livello locale e nazionale, ancora per molti anni. Ma solo nel 2018 le è stata intitolata una via nella città dello Stretto: nel rione Comi di Gallico, nell’ambito dell’iniziativa “Donne per Reggio” promossa dalla commissione comunale alla toponomastica, c’è una via Rita Maglio, “insegnante”.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Rita Maglio

Su Rita Maglio:
Rita e le sue sorelle. Le indomite gelsominaie” in S. Giannella S., G. Gramaglia (a cura di), Le vie delle donne, Dalle Alpi ai nuraghi grandi italiane da ricordare, tante vie da dedicare, Antiga Edizioni, 2023, pp. 39-42.

T. Rossi, Il lungo cammino. Dall’Aspromonte a Strasburgo, Città del Sole ed., Reggio Calabria 2026.

E. Viti, La compagna maestra, Quotidiano della Calabria, (24 agosto 2008): p. 20.

Archivio Storico dell’UDI di Reggio Calabria, via Aschenez 21.

Sul ruolo dell’UDI nelle battaglie per il suffragio universale e la parità salariale:

E. Betti, Le alleanze delle donne italiane per la parità salariale: il contributo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, Roma, Organizzazione Internazionale del Lavoro, aprile 2020.

P. Gabrielli, La pace e la mimosa. L’unione donne italiane e la costruzione politica della memoria (1945-1955), Donzelli editore, Roma 2005, pp. 86 – 108.

Sulle rivendicazioni salariali delle gelsominaie e della raccoglitrici di olive della Piana:

R. Crinò, La schiena dritta, il lungo cammino delle lavoratrici verso la parità di diritti e retribuzione, Città del sole ed., Reggio Calabria 2023

Sulle donne nella Resistenza:

Roberta Cairoli, Roberta Fossati, Debora Migliucci (a cura di), Vogliamo vivere! I Gruppi di difesa della donna a Milano, 1943-45, Enciclopedia delle Donne, Milano 2024.

L. Orlandini, Le democrazia delle donne. I gruppi di Difesa della Donna nella costruzione della Repubblica (1943-1945), pp. 131- 140.

G. Vecchio (a cura di), La Resistenza delle donne 1943-1945, Ambrosianeum, Missaglia (Lc) 2010.


Voce pubblicata nel: 2026