“A me, cresciuta sopra lido marina, avanza in core / la ruvidezza de’ nativi scogli… / aride pietre, e meste, io veggo intorno / ove licheni biondi e serpollino / sono i soli a profumar cocente il giorno / … È qui sabbioso il suolo, e non v’ha ramo / E pure, e pure questa terra io l’amo”.
Bastano questi pochi versi per entrare nel mondo di Sofia Stevens e nel suo orizzonte poetico, che nasce sulla costa ionica. Tra gli scogli della sua Gallipoli, nella vegetazione spontanea che cresce tra la pietra e il mare, la poetessa trova immagini che tramuta in parole. Quel paesaggio accompagna ogni stagione della sua vita e diventa una presenza costante nella sua scrittura, fino agli ultimi componimenti. La sua vita si svolgerà tra il Salento, Napoli e le capitali europee, ma quel paesaggio resterà sempre il luogo da cui guardare il mondo.
Sofia Stevens nacque a Gallipoli il 22 dicembre 1845 in una famiglia che guardava contemporaneamente al Mediterraneo e all’Europa. Il padre, Henry Stevens, era viceconsole britannico nella città ionica, come prima di lui lo era stato il nonno Richard. La madre, Carolina Auverny, apparteneva invece a una famiglia di origini franco-napoletane. In quella casa sull’Isola Balsamo (oggi corrispondente al numero 12 di via Garibaldi, nel centro storico di Gallipoli) dove convivevano lingue diverse, libri, viaggi e relazioni internazionali, Sofia imparò presto che l’identità può avere più di una radice. Rimase sempre profondamente legata alla sua città, pur vivendo lontano gran parte della sua breve esistenza. Gallipoli fu sì il luogo della nascita ma diventò soprattutto il paesaggio interiore cui continuò a fare ritorno con la memoria e con la poesia.
Sofia era la seconda di cinque figli; con i fratelli condivise un legame intenso, destinato a lasciare tracce nella sua scrittura. Molte delle prime poesie si generarono infatti proprio all’interno della dimensione familiare: versi rivolti al padre, alle sorelle, ai fratelli, alla madre. La poesia fu per lei una forma di dialogo con le persone amate: un modo di trattenere affetti, paure e ricordi, una scrittura mai interpretata come mero esercizio letterario.
L’educazione ricevuta fu insolita per una ragazza del Mezzogiorno ottocentesco. Dopo gli anni trascorsi nella vicina Galatina venne infatti mandata a Napoli, dove studiò in uno dei più prestigiosi istituti femminili della città. Qui incontrò Federico Villani, insegnante di lettere, che riconobbe immediatamente la qualità della sua scrittura. Tra i due nacque un rapporto fatto di stima, confronto e amicizia, destinato a durare tutta la vita. Sofia gli inviava le poesie che andava componendo, ricevendone osservazioni, incoraggiamenti e consigli. Dopo la morte di Sofia sarà proprio Villani a raccogliere i suoi quaderni, rispettando il desiderio di pubblicarli con il titolo Canti, un omaggio dichiarato a Leopardi.
Accanto allo studio, Sofia Stevens coltivò curiosità poco comuni. Imparò diverse lingue europee, lesse autori italiani e stranieri, s’interessò alla botanica e alle scienze naturali. Le sue descrizioni del paesaggio salentino nascono dalla memoria sentimentale e dal suo sguardo attento alla vegetazione, ai venti, agli scogli, ai colori della costa ionica. La natura, nei suoi componimenti, è una vera e propria interlocutrice. Un’altra figura importante per lei fu lo zio materno Giovanni Auverny, che la accompagnò in lunghi viaggi attraverso l’Europa. Visitò Parigi, Vienna, Berlino, Madrid, Monaco e altre città, esperienze che ampliarono il suo orizzonte culturale senza mai recidere il filo con Gallipoli. Anzi, più conosceva il mondo, più il ricordo della sua terra acquistava forza. È significativo che molte delle poesie più intense dedicate al Salento siano state scritte proprio quando ne era lontana.
Nel 1863, ancora giovanissima, ricevette un incarico pubblico come ispettrice delle scuole femminili di Gallipoli. A sostenerla fu Emanuele Barba, medico, studioso e protagonista della vita culturale cittadina, che aveva intuito il valore della sua preparazione. In uno scenario prettamente maschile, affidare a una donna poco più che diciottenne un ruolo nell’educazione delle bambine significava riconoscerle autorevolezza e competenza. Stevens guardava all’istruzione femminile come a uno strumento di emancipazione, tanto da lavorare anche a un testo in francese dedicato all’educazione delle donne, oggi purtroppo perduto.
La morte del padre, nel 1867, rappresentò una frattura profonda. Il padre era stato il suo primo punto di riferimento e la sua scomparsa lasciò un vuoto che riaffiora spesso nei versi successivi. Qualche tempo dopo la perdita del padre, Sofia sposò Settimio Barlocci, funzionario statale originario di Ancona. Le biografie raccontano di un matrimonio vissuto senza particolare felicità, ma più che soffermarsi sulla dimensione privata, colpisce la perseveranza di Sofia nel continuare a scrivere, leggere e tradurre anche negli anni dei trasferimenti tra Gallipoli, Taranto, Bari e infine Napoli.
Fu proprio quando la vita sembrava aprirsi a una nuova stagione che arrivò la malattia. Il tumore al seno, diagnosticato nel 1873, la costrinse a stabilirsi definitivamente a Napoli. Lì affrontò interventi dolorosi e lunghi periodi di convalescenza, senza rinunciare al lavoro intellettuale. Continuò a scrivere, tradusse autori stranieri e frequentò artisti come Saverio Altamura, che la ritrasse, e Francesco Jerace, che ne modellò un busto. Federico Villani continuò a farle visita, leggendo con lei nuovi versi e sostenendola fino agli ultimi mesi.
Morì il 10 agosto 1876, a trent’anni. Lasciò centinaia di poesie, quaderni annotati a matita, traduzioni e progetti incompiuti. La sua opera fu pubblicata tre anni dopo con il titolo Canti. Se la critica ha spesso insistito sul dolore e sulla malinconia che attraversano i suoi versi, ridurla alla figura della giovane poetessa romantica sarebbe ingiusto. Sofia Stevens fu piuttosto una donna colta, curiosa, poliglotta, viaggiatrice, lettrice appassionata e sostenitrice dell’istruzione femminile. Fu una scrittrice che costruì la propria voce in dialogo con altre persone, tra cui Villani, Barba, la famiglia, gli artisti e gli intellettuali e le intellettuali del suo tempo, lasciando una testimonianza preziosa di ciò che significava essere una donna di cultura nell’Italia dell’Ottocento.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Sofia Stevens
Abbate, Annagrazia (a cura di), Le voci del vento. Poesie di Sofia Stevens, Milella, Lecce, 2020.
Barba, Emanuele, “Sofia Stevens e i suoi Canti”, in Scrittori ed uomini insigni di Gallipoli, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1893.
Giannone, Antonio Lucio, “Tardoromanticismo meridionale: la poesia di Sofia Stevens”, in Scrittori del Reame. Ricognizioni meridionali tra Otto e Novecento, Pensa Multimedia, Lecce, 1999, pp. 65-80.
James, Nicolette S., Inglesi a Gallipoli. Sofia Stevens (1845-1876), Edizioni del Grifo, Lecce, 1993.
Natali, Federico, Sofia Stevens. La più soave delle camene gallipoline, 2016.
Stevens, Sofia, Canti, F. Giannini, Napoli, 1879 (edizione postuma curata da Federico Villani).