Vittoria Cima della Scala fu una nobildonna lombarda. Nacque il 29 agosto 1834 a Milano, prima e unica figlia di Cesare Cima ed Emanuela Tealdo. Casa Cima vantava tradizioni militari illustri: il nonno paterno di Vittoria era un reduce della Grande Armata, mentre uno zio acquisito era il generale Domenico Pino1.
Da bambina Vittoria soggiornò a lungo insieme alla madre in Francia, tra Parigi e la Costa azzurra, nella speranza di poter curare la paralisi alla gamba sinistra che ne condizionò l’intera esistenza. Istruita secondo i dettami educativi riservati alle giovani delle famiglie aristocratiche e avendo assorbito la cultura francese, dimostrò sin dai primi anni dell’adolescenza una particolare predilezione per la musica, riscuotendo consensi come pianista con l’interpretazione di brani di Bach, Schumann e Chopin. Le sue esecuzioni, perlopiù riservate ai salotti culturalmente e socialmente più elitari, furono apprezzate dai contemporanei.
Nonostante avesse vissuto, tra il 1854 e il 1857, due intense storie d’amore, dapprima con Ruggero Bonghi e più tardi con il nobile Carlo De Cristoforis2, Vittoria scelse di non sposarsi e, in seguito alla morte della madre, si riunì al padre, fino ad allora vissuto a Torino, senza però rinunciare ai viaggi a Nizza e sulla Costa azzurra, luoghi prediletti dall’alta società europea.
A Milano, dopo aver frequentato a lungo i salotti dell’aristocrazia, recitando e suonando in casa Litta e Maffei3, decise di dar vita, dal 1860, a un proprio salotto, prima in via Borgospesso 15 e più tardi in via Manzoni 14. Nel salotto di casa Cima entrò come dominatore assoluto delle sue serate Arrigo Boito4, che chiamava Vittoria “la scaligera” per l’assiduità con cui frequentava La Scala, e che rimase fino alla morte l’amico e l’autore prediletto della donna; con lui vi ebbe accesso l’intero mondo della Scapigliatura milanese5. Gli incontri divennero un’alternativa ai salotti più affermati della città, perché si connotavano per una forte apertura nei confronti delle nuove correnti musicali e per una cultura sensibile alle avanguardie. L’amicizia appare tuttavia la vera cifra del salotto Cima, aperto solo a pochi e selezionati intimi, le cui manifestazioni di affetto, gratitudine e devozione compaiono puntualmente nelle lettere indirizzate a Vittoria, così come il ricordo di amici comuni che vengono spesso menzionati, talvolta (soprattutto nelle epistole della fine degli anni Dieci e degli anni Venti) per raccontarne vicissitudini legate alla salute malferma o alla loro dipartita.
Tornando all’epistolario indirizzato da Vittoria al padre Cesare, una corrispondenza fitta giustificata dal fatto che la famiglia viveva perlopiù divisa6, i temi trattati sono numerosi: la salute, argomento centrale e indispensabile; i resoconti dei viaggi compiuti e la descrizione delle località in cui veniva di volta in volta a trovarsi: la Costa azzurra, la riviera ligure, le rive del lago Maggiore, dove Vittoria risiedeva nei mesi autunnali7. Proprio sul lago Maggiore Vittoria conobbe, alla fine dell’anno 1854, Ruggero Bonghi8, con cui intrattenne un intenso scambio epistolare. Quest’ultimo, mutato l’amore in amicizia, si protrasse per un quarantennio, fino alla vigilia della scomparsa di Bonghi. Vittoria fu subito attratta dal brillante e colto giovane, con cui nacque una confidenza immediata e un legame profondo: la donna esprimeva per lui stima più che amore, mettendo la corrispondenza sul piano dell’amicizia, infatti gli chiarì il fatto che, nel proprio ideale di vita, il matrimonio non era contemplato. Con lui, di cui ammirava intelligenza, cultura e disponibilità al dialogo e a cui aveva aperto il proprio cuore, voleva mantenere una relazione intellettuale e sentimentale fondata sull’amicizia. La sua posizione fu chiara ed espressa con decisione più volte nelle lettere. La corrispondenza regolare tra i due proseguì fino al 1893 (l’ultima lettera di Vittoria è del 17 febbraio 1893)9.
Nelle lettere al padre, minuzioso era il resoconto della vita sociale, delle serate danzanti, dei ricevimenti e dei salons frequentati. A questo proposito, interessanti sono le descrizioni dell’ambiente aristocratico milanese nel ventennio a cavallo dell’unificazione italiana. Le dinamiche associative, le relazioni e le abitudini sociali sono delineate con dovizia di particolari10. Dal carteggio emerge inoltre il percorso educativo seguito dalla giovane, dall’applicazione alla pittura sotto la guida dei maestri dell’Accademia di Brera, alle lezioni di lingua italiana impartite da Giulio Carcano11, a quelle di lingua inglese. Ovunque si trovasse – a Milano, a Nizza, a Sestri Levante o nella villa di Belgirate – lo studio e l’applicazione al pianoforte erano oggetto di attente e orgogliose relazioni al padre. A Parigi Vittoria riuscì a persuadere la madre a farsi seguire negli esercizi da un maestro di piano polacco, allievo di Chopin. Così, nell’articolo “Le grandi dame milanesi” comparso su “Il capitan cortese” il 27 ottobre 1895, Giovanni Barelli, avendola udita esibirsi al pianoforte, la descriveva definendola “artista nel senso sacro e privilegiato della parola” e tessendone le lodi:
Artista nel senso sacro e privilegiato della parola. Anzi, il privilegio della nascita e della fortuna, sottraendo l’eletta creatura alle crude e sfacciate necessità dell’arte bottegaia (…), le permise di sviluppare pienamente tutte le mirabili attitudini del suo spirito e di raggiungere, per superiore diletto intellettuale, un grado di artistica eccellenza (…). Di più, la ricchezza materiale concesse a Donna Vittoria un grande elemento di perfettibilità artistica (…). Fin dai primi anni, fra le cure amorose di un’educazione previdente e raffinatissima, Donna Vittoria predilesse con fervido trasporto la musica (…). Donna Vittoria donò tutta l’irruenza e la calda genialità della sua giovinezza alla lirica musicale e alla interpretazione dei capolavori della musica classica e romantica. (…) Di certo nel pieno maturare di questo saldo carattere d’arte si spiegò radiosa e benefica l’influenza direttiva e forse ispiratrice del nostro grande e povero Carlo Andreoli, un virtuoso del piano12 (…). Fatto si è che in Donna Vittoria si formò una pianista di eccelso valore; (…) si acuirono fino alle più squisite sottigliezze spirituali quelle virtù d’intuito rapidissimo, di sensibilità vibrante, di appassionata facoltà comunicativa che sono proprie de’ perfetti caratteri di donna. Chi l’ha udita e sentita suonare può far fede di quanto io affermo. (…) Interpretazioni da vero indimenticabili. (…) Basti per tutti citare Sebastiano Bach, Schumann e Chopin, le tre predilezioni della grande Dama. Ho udito e sentito sprigionarsi da quella tastiera la onnipotente parola di Sebastiano Bach, e l’ho udita spiegarsi in tanta solennità, in tanto raccolto fervore, in tanta intimità di pensiero e di sentimento, quali non avrei mai sospettato possibili per virtù di donna. (…) Ed ho udito piangere tutte le lacrime roventi e sognare tutti i dolorosissimi sogni e implorare la grazia della pace suprema dal divino spirito angosciato di Chopin, per le mani di Donna Vittoria (…). In sua giovinezza, a Nizza, (…) volle recitare e recitò con un talento d’interprete il quale maravigliò tutta l’aristocratica società cosmopolita. Una volta, al Gernietto, nella villa splendida dei conti Cavazzi della Somaglia, in Brianza, Donna Vittoria si ricordò de’ suoi trionfi di Nizza e li rinnovò recitando da maestra, con supreme raffinatezze di dizione e di intenzioni, dinanzi il più ambito e il più competente dei giudici: Margherita di Savoja. E, in casa propria, a Milano, in quell’appartamento di Borgo Spesso, il quale è un nido di buon gusto severo e di alte aspirazioni, e nel villino di Villa d’Este, a specchio dell’amato lago di Como13.
Tornando al padre Cesare, con la guerra del 1859 l’uomo ritornò definitivamente a Milano, trasferendosi a vivere insieme alla figlia, che tuttavia continuò a risiedere lungo tempo fuori città, alternando ai soggiorni parigini i viaggi sulla Costa azzurra. In seguito alla morte della madre, Nizza divenne la sua residenza preferita. Con la ripresa della vita sociale, l’elaborazione del lutto si stemperò nella decisione di allontanarsi progressivamente dalla mondanità per creare uno spazio in cui intimità e amicizia divenissero i valori fondanti. Nel suo salotto milanese ogni venerdì sera “donna Vittoria” (così veniva chiamata) dava ricevimenti ristretti, senza sfarzo, quasi severi. Il suo è stato l’ultimo tipico salotto dell’Ottocento, nel quale la borghesia era ammessa assai di rado. Non era numeroso: venti, venticinque amici, quasi sempre gli stessi. “Tutto aveva un gusto eletto: stipi antichi, porcellane, quadri d’autore, gingilli preziosi, arazzi secolari, broccati”14.
Oltre a quello di Milano, donna Vittoria aveva dato vita a un salotto entro il parco di Villa d’Este, frequentato da molti nobili milanesi, nel quale l’arte e la musica riempivano le sere d’estate. Vittoria aveva un proprio stile nell’accogliere e intrattenere gli ospiti. Non c’era artista, specialmente concertista, che, venendo a Milano, non fosse ricevuto da lei, donna saggia e cortese, di cui poi serbava un ricordo gradito. Molti suoi corrispondenti descrivono la sua casa come un luogo “ospitale” e si augurano di “avere il piacere di rivederla”, come scrive Federico De Roberto in una lettera da Catania datata dicembre 1894. Ancora De Roberto, in un’altra lettera, la definisce “buona e gentile Amica” ed esprime il desiderio di poter parlare a lungo con lei, “a viva voce”, del dolore provocatogli dalla morte di Giovanni Verga, avvenuta il 27 gennaio dello stesso anno, da De Roberto chiamato “il nostro caro Perduto”, a sottolineare l’amicizia comune. Tra i frequentatori del salotto di Vittoria si annovera appunto anche Verga, che, in alcune lettere, si rivolge a lei con parole affettuose come “Cara e gentile amica”, “Carissima amica”, e in una delle sue ultime epistole, datata 28 dicembre 1921, le scrive che tante volte si è proposto di “tornare a Milano e di venire a vederla! Ma... gli anni e i malanni!”, e ricorda i tanti amici comuni scomparsi, come il “caro Arrigo” (Arrigo Boito).
Matilde Serao, scrittrice e giornalista tra i massimi esponenti del Verismo, le cui lettere a Vittoria sono datate 13 e 14 febbraio 1893, afferma di non aver dimenticato “la sua cortesia, la sua intellettuale bontà”, e la descrive come “una dama così degnamente ammirata e amata da tanti amici miei”.
Tra i frequentatori abituali dei suoi salotti incontriamo anche: esponenti del mondo del giornalismo (tra cui Eugenio Torelli Viollier e Luigi Albertini, il primo cofondatore del “Corriere della Sera”, che diresse fino al 1898); politici come il senatore Colombo, ingegnere e imprenditore dai molti interessi condivisi, come la musica; scienziati come Piero Giacosa, fratello del noto drammaturgo Giuseppe Giacosa, ma anche imprenditori del calibro di Giovan Battista Pirelli, tra i pochi con cui Vittoria mantenne rapporti epistolari fin quasi alla vigilia della morte, e di cui il fondo Cima conserva decine di lettere datate tra il 1916 e il 1929. Da ricordare poi i numerosi esponenti del mondo dell’arte, come i pittori Francesco Hayez, Emilio Gola e Gerolamo Induno, e naturalmente personalità appartenenti al mondo della musica come il maestro Riccardo Zandonai o Marco Sala, “uno degli spiriti più bizzarri del suo tempo, compositore geniale di valzer ai tempi in cui il valzer trionfava largo e sonoro”15.
Dopo anni di frequentazioni illustri ed esibizioni al pianoforte, “il suo salotto si chiuse quasi definitivamente una ventina d’anni or sono16, quando la vecchiezza le tolse, non senza un intimo e accorato dispetto, la possibilità di emergere nell’accolto dei suoi visitatori. Restrinse il suo circolo a pochissimi fedeli che andavano, anch’essi sempre più raramente, a trovarla nell’appartamento ove è morta17. (…) In questi ultimi anni la vista le si era affievolita, la voce s’era fatta debole, la stanchezza la vinceva facilmente. (…) Ogni tanto ritrovava, nel ricordo di una vita così placidamente ma intensamente vissuta, reazioni di nostalgia e si rimetteva al pianoforte: le scarne e piccole mani correvano tremanti sulla tastiera, cercando ancora il vigore antico. Ma per poco: la mente aveva improvvise lacune e la musica aveva pause che devono essere sembrate alla povera centenaria singhiozzi18. La nuova generazione non la conosceva: ella aveva novantasei anni, e ad esser così vecchi difficilmente si arriva ad allungar le braccia fino ai giovani”19.
Dalle parole di Cenzato espresse nel necrologio e sopra riportate, intuiamo che la sua morte, avvenuta il 30 gennaio 1930, si svolse in silenzio, in una Milano che quasi non se ne accorse. Molti di coloro che l’avevano amata e che avevano apprezzato il suo talento di pianista, la sua ospitalità, la sua persona “d’una tenerezza delicatissima, di un’amabilità senza pari, d’una bontà inesauribile per coloro che Ella ha scelti e voluti amici”20erano già scomparsi e le nuove generazioni non avevano avuto la fortuna di conoscerla. Le spoglie di Vittoria Cima della Scala riposano oggi presso il cimitero di Turano Lodigiano, dove la famiglia Cima era proprietaria di un palazzo, appartenente in origine ai Calderari e passato ai nobili Cima nel corso dell’Ottocento.
Note
1 Generale e politico di epoca napoleonica (1767-1826), noto per aver servito nell’esercito del Regno d’Italia divenendo ministro della guerra. Fu una figura chiave durante le guerre napoleoniche e la successiva caduta dell’esperienza napoleonica in Italia. Su di lui si legga la voce Pino, Domenico di Antonino De Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 83 (2015).
2 Carlo De Cristoforis (1824-1859) è stato un patriota, veterano delle Cinque giornate di Milano, economista, autore di un celebre testo di teoria militare. Capitano dei Cacciatori delle Alpi, cadde nella battaglia di San Fermo all’età di trentacinque anni. Sulla relazione di Vittoria Cima con Carlo De Cristoforis si veda: Capelli Anna, Ho trovato ed ho perduto: lettere di Carlo De Cristoforis a Vittoria Cima, in Betri M.L. - Maldini Chiarito D., Dolce dono graditissimo. La lettera privata dal Settecento al Novecento. All’interno del fondo Cima (c. 02, b. 25) sono conservate oltre 50 lettere indirizzatele tra il giugno 1857 e il febbraio 1859 da Torino, Biella, Wiesbaden, Coblentz, Londra, Louer Halliford, Sembury, Putney da De Cristoforis. Le lettere sono state custodite con particolare cura, rilegate in un quaderno dalla copertina di pelle, originariamente contenuto in busta con sigilli di ceralacca con iniziali intrecciate VC.
3 Vittoria rimase sempre amica di Clara Maffei, che nel testamento la ricordò con affetto e gratitudine, come si legge in Farina Rachele (a cura di), Vittoria Cima, in Dizionario biografico delle donne lombarde (568-1968), Milano, Baldini Castoldi Dalai, 1995-1997. All’interno del fondo Cima (c. 04, b. 45) sono conservate alcune lettere indirizzate a Vittoria dalla Maffei (21 datate tra il 1866 e il 1886; 3 parzialmente datate).
4 Compositore e librettista, Boito aveva studiato composizione al Conservatorio di Milano con Alberto Mazzuccato. Fu amico di Emilio Praga ed esponente attivo della Scapigliatura. A Milano promosse insieme ad altri la fondazione della Società del Quartetto. Autore di opere fra cui Mefistofele e Nerone, il suo nome è soprattutto legato alla collaborazione con Verdi, per il quale scrisse i libretti di Otello (1887) e Falstaff (1893), oltre a una sostanziale revisione di Simon Boccanegra (1881).
5 All’interno del fondo Cima sono conservate diverse lettere indirizzate a Vittoria da parte di esponenti della Scapigliatura milanese, tra le quali quelle di Arrigo Boito e Luigi Gualdo, e un componimento poetico autografo di Emilio Praga a lei dedicato, nel quale lo scrittore e poeta elogia “gli occhi belli di donna Vittoria”.
6 Vittoria e la madre Emanuela trascorrevano infatti gran parte dell’anno tra Milano, la Costa azzurra e Parigi, città nella quale le due donne si recavano con una certa frequenza per curare la malattia di Vittoria. Il padre Cesare, invece, dopo gli avvenimenti del Quarantotto aveva fissato la propria residenza a Torino, rimanendovi fino alla morte della moglie, quando decise – dopo qualche indugio – di ricongiungersi alla figlia a Milano.
7 Porati Alessandra, “Scritture femminili e familiari. Lettere di Vittoria Cima al padre (1850-1865)”, in “Storia in Lombardia”, 2008, fascicolo 2007/3, Milano, Franco Angeli.
8 Ruggiero Francesco Bonghi (1826-1895) è stato un filologo e politico italiano. Su di lui si veda la voce Bonghi, Ruggiero di Pietro Scoppola, in Dizionario biografico degli italiani, vol. XII (1971).
9 Scirocco Alfonso, “Ruggero Bonghi sul Lago Maggiore: Vittoria Cima (1852-1859)”, in L. Polo Friz (a cura di), Bonghi-Butler-D’Azeglio-Giovanetti-King-Rossi-Regina Vittoria, Novara, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1997.
10 Porati Alessandra, “Scritture femminili e familiari”, cit.
11 Giulio Carcano (1812-1884) è stato un politico, scrittore, giornalista e patriota italiano. Su di lui si legga la voce Carcano, Giulio di Renzo Negri, in Dizionario biografico degli italiani, vol. XIX (1976).
12 Carlo Andreoli (1840-1908) fu pianista e compositore italiano, tra i promotori della musica di Bach. Curò l’edizione italiana delle opere di Beethoven, Chopin e Muzio Clementi.
13 Le grandi dame milanesi: donna Vittoria Cima. Testo a stampa di Barelli Giovanni, dal n. del 27 ottobre 1895 del periodico “Il capitan cortese” (c. 05, b. [5] 3 Fondo Cima).
14 Cenzato Giovanni, “Una dama milanese dell’Ottocento. Donna Vittoria Cima”, in La Martinella di Milano, vol. II, fascicolo IV, aprile 1948.
15 Cenzato Giovanni, La morte di donna Vittoria, in “Il Corriere della Sera”, 31 gennaio 1930, p. 5.
16 Intorno alla fine degli anni Dieci del Novecento.
17 A Palazzo Trivulzio, in via Manzoni 14 a Milano.
18 Cenzato Giovanni, La morte di donna Vittoria, cit.
19 Ibidem.
20 Le grandi dame milanesi: donna Vittoria Cima, cit.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Vittoria Cima della Scala
Fondo Vittoria Cima - Civiche Raccolte Storiche del Comune di Milano
Il fondo, composto da 5 cartelle (c.), è quasi interamente costituito dal carteggio di Vittoria Cima ed è pervenuto all’archivio del Museo del Risorgimento di Milano nel giugno 1957 come dono della contessa Lucia Gallavresi d’Ayala Godoy. 450 sono lettere di Vittoria al padre, scritte tra il 1850 e il 1869, e sono conservate nella prima cartella (c. 01). Le lettere destinate a lei e raccolte invece nella seconda, terza e quarta cartella (c. 02, c. 03, c. 04), testimoniano la ricchezza e la qualità delle sue relazioni, firmate come sono da alcuni dei nomi di spicco della vita culturale e politica italiana tra Ottocento e Novecento. Al carteggio si aggiungono, nella quinta cartella (c. 05), alcune “prove” letterarie della Cima, altri testi letterari a stampa o manoscritti, fotografie e documenti familiari.
Fonti a stampa
Cenzato Giovanni, La morte di donna Vittoria, in “Il Corriere della Sera”, 31 gennaio 1930, p. 5.
Cenzato Giovanni, Una dama milanese dell’Ottocento. Donna Vittoria Cima, in “La Martinella di Milano”, vol. II, fascicolo IV, aprile 1948.
Studi
Betri Maria Luisa - Brambilla Elena, Salotti e ruolo femminile in Italia tra fine Seicento e primo Novecento, Venezia, Marsilio, 2004.
Betri Maria Luisa - Canella Maria, “Conservazione e visibilità di carteggi del primo Ottocento: alcuni casi lombardi”, in Guidi Laura (a cura di), Scritture femminili e Storia, Napoli, ClioPress, 2004.
Capelli Anna, “Ho trovato ed ho perduto: lettere di Carlo De Cristoforis a Vittoria Cima”, in Betri M.L. - Maldini Chiarito D., Dolce dono graditissimo. La lettera privata dal Settecento al Novecento, Milano, Franco Angeli, 2000.
Farina Rachele (a cura di), “Vittoria Cima” in Dizionario biografico delle donne lombarde (568- 1968), Milano, Baldini Castoldi Dalai, 1995-1997.
Porati Alessandra, Scritture femminili e familiari. Lettere di Vittoria Cima al padre (1850-1865), in “Storia in Lombardia”, 2008, fascicolo 2007/3, Milano, Franco Angeli.
Santoro M. R., La giovinezza di un’aristocratica lombarda: Vittoria Cima (1834-1869), in “Il Risorgimento”, 2, 2002, pp. 177-229.
Scirocco Alfonso, “Ruggero Bonghi sul Lago Maggiore: Vittoria Cima (1852-1859)”, in L. Polo Friz (a cura di), Bonghi-Butler-D’Azeglio-Giovanetti-King-Rossi-Regina Vittoria, Novara, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1997.
Fonti iconografiche
Eliseo Sala, Ritratto di donna Vittoria Cima, 1852, olio su tela, Galleria d’Arte Moderna, Milano.
Pagliano, Vittoria Cima, 1866, Civico Archivio Fotografico di Milano.