C’è un film francese leggendario, perché ha dettato i canoni di un certo genere per così dire “gangster-coloniale”, ed è Pépé le Moko (1937) di Julien Duvivier, il film che consacrò Jean Gabin. In Italia lo conosciamo sotto la lente deformante dell’irresistibile parodia che ne fece Totò nel 1949 in Totò le moko, ma in qualche modo le sue atmosfere ispirarono anche Casablanca. La scena forse più straziante del film riguarda un personaggio secondario per la storia, una vecchia prostituta della casba di Algeri, un po’ sfatta e mal pettinata, che si abbandona a uno straziante rituale: carica un grammofono a manovella, fa suonare un vecchio disco dicendo: “Mi rifugio nel mio passato”. In quel mentre la camera inquadra la foto di una bellissima dama di trent’anni prima, con lo sguardo acceso dalla febbrile ansia della giovinezza. Mentre la canzone si diffonde nell’aria, la donna con lo sguardo perso nel vuoto piange vere lacrime e poi comincia a cantare, doppiando la sé stessa di tanto tempo prima, con la voce di un angelo caduto. La scena è commovente già di per sé, ma conoscendone i retroscena il tutto si amplia. L’attrice è Fréhel, una delle figure fondamentali della canzone francese; la foto alla parete la ritrae al tempo del suo debutto e la canzone Ou est-il donc? era stata effettivamente uno dei suoi grandi successi. Con questa sospensione della trama il film si arricchisce di una verità universale: l’interprete sta davvero parlando della sua vita e della vita di ognuno. Fréhel ha rappresentato la quintessenza della canzone realista, in un’identificazione totale fino all’auto-derisione, fino alla mortificazione.

Si chiamava Marguerite Boulc’h ed era nata nel 1891 quasi per errore a Parigi, da genitori giovanissimi, due bretoni di passaggio, che l’affidarono dapprima alle cure negligenti di una nonna alcolizzata nel paese d’origine, poi la riportarono nella capitale, dove il padre aveva trovato lavoro in ferrovia. La madre faceva la portinaia e sporadicamente la prostituta; la figlia, un po’ per lasciare campo libero, veniva mandata sin da bambina a ramazzare le cicche o mendicare per strada cantando e ballando. A otto anni già non frequenta più la scuola, subisce un primo abuso sessuale da un vicino e giunta all’adolescenza probabilmente si prostituisce. Trova un impiego al bancone di una farmacia e fa l’incontro che le svolta la vita con il suo idolo, la ballerina-cortigiana di origine spagnola, nota a livello internazionale come la Bella Otero, che prende a cuore la sua sorte, le regala un abito di lusso, le trova il nome d’arte di Pervenche e un primo ingaggio come cantante. Il suo talento splende quanto la bellezza, le basta ascoltare ogni canzone una sola volta per appropriarsene e cantarla meglio.

La vede Robert Hollard, direttore artistico, arrangiatore e cantante noto come Roberty che ne diventa il pigmalione, istruendola su dizione, respirazione, movenze, e le assegna il nome definitivo: Fréhel (a ricordo delle sue origini: il Capo Fréhel è appunto in Bretagna). L’intesa fra i due va anche al di là, visto che lei si ritrova incinta che non ha ancora compiuto quindici anni. Il successo arriva rapido, nel 1909 è la prima cantante francese a incidere un disco, Roberty punta molto su di lei: la sposa, la veste come una damina, vuole farne una borghese… ma per primo si scontra con i demoni che Marguerite porta dentro: nottambulismo, nomadismo, promiscuità, alcol e cocaina. Il figlio, affidato a una balia incapace, muore, la coppia si sfascia, d’altronde lui ha già trovato un’altra artista cui dedicarsi, Damia, anche lei grandissima cantante. Fréhel intanto s’è innamorata pazza di un simpatico e avvenente fantasista, destinato a una carriera internazionale, Maurice Chevalier: lo inizia alle droghe e alla dissipazione, ma lui è fornito di tenacia professionale e del senso di autoconservazione che a lei invece manca: in pochi mesi si rimette in carreggiata e l’abbandona per Mistinguett (la Wanda Osiris francese); lei devastata si abbandona a ogni vizio.

Tutti i teatri vogliono Frehel, i ristoratori fanno a gara per dare ai piatti e ai coktails il suo nome, alle feste viene pagata anche solo per apparire. Lei, senza cessare mai di frequentare i bassifondi dai quali proviene, comincia ad avere diversi ammiratori fra quella nobiltà di mezzo mondo che gozzoviglia a Parigi. Un giorno apostrofa addirittura una regina: “Vecchia mia, non pensi che il tuo diadema figurerebbe meglio sul mio collo?”, “Magari fra qualche anno…” risponde con benevolenza la coronata, “in effetti non sono ancora tanto brutta da dovermi nascondere dietro i gioielli”. Non perderà mai la sua linguaccia, trent’anni dopo salendo sul palco metteva a tacere il brusio in sala sempre con la stessa battuta: “Chiudete la bocca, che ora apro la mia”.

Fra le sue ammiratrici altolocate c’è Anastasia, cugina dello zar Nicola e futura suocera del kaiser Guglielmo, che la invita in tournée in Russia. Lei parte alla fine del 1913, poi allo scoppio della grande guerra si trasferisce in Romania, dove diventa la star più pagata e si fidanza con un alto ufficiale che però muore in battaglia. Sempre più depressa e drogata, seguendo l’onda dell’emigrazione zarista in fuga dalla rivoluzione, si installa a Costantinopoli e si riduce a una larva, tanto che in patria la danno per morta. Nel 1923 torna a Parigi perché vuole “morire a casa” (dice); le foto mostrano che a trentadue anni la sua bellezza si è già offuscata, poi una serie di tentativi di disintossicazione le fanno prendere dieci chili all’anno.

Nel 1930 è ormai un’irriconoscibile matrona, ma una luce le brilla sempre negli occhi e la voce è più impressionante di prima. Il pubblico non l’ha dimenticata, viene ingaggiata in grandi teatri, ma canta anche nelle taverne; alle canzoni strazianti sulle prostitute e i delinquenti, sull’ubriachezza e sulla droga, aggiunge una serie di valzer sfrenati. I suoi spettacoli sono una doccia scozzese emotiva che alterna brani comici e tragici, battutacce e dialoghi con il pubblico. Il cinema sonoro la scopre, affidandole la parte della vecchia tenutaria di bordello in film quasi sempre banali, che hanno il pregio di catturare le poche canzoni filmate che ci restano di lei.

Durante la seconda guerra mondiale non si perita di cantare per gli occupanti e parte in tournée in Germania, acclamata dai prigionieri ma anche dagli ufficiali nazisti. Alla liberazione questo atteggiamento le costa per un anno la proibizione di calcare le scene: fra i liberatori ha qualche ammiratore che le ha evitato ritorsioni più severe. È comunque alla rovina, gli ultimi anni li passa da sbandata, fra stanze di sordide pensioni e di ospedale. Una nuova generazione di cantanti, che la riconoscono come maestra, organizza concerti per sostenerla economicamente; lei non si scompone, prende tutto e, quando ha due soldi, offre champagne e nutre colonie di gatti.

Il 29 novembre 1950 ai microfoni di una radio svizzera concede una breve ultima intervista, dove ride, scherza e conclude cantando una versione a cappella di uno dei suoi capolavori, la Chanson tendre di Carco, la voce è sempre quella, al sommo della commozione: ha cinquantanove anni. Due mesi dopo muore, sola e in miseria, in una stanza d’albergo; al funerale, pagato con una colletta, si presenta il popolo di Parigi che l’ha sempre considerata sua. Anni prima, quando ancora era molto famosa, le era capitato d’incontrare in piazza una giovanissima cantante girovaga che intonava i suoi vecchi successi; senza pensarci un attimo si era unita a lei, attirando la folla e poi – come usavano all’epoca i cantanti di strada – si era messa senza vergogna a vendere i foglietti con i testi, lasciandole un gruzzoletto e un ricordo ancora vivo.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026