Con il nome di Guda (o Guta) si designa una copista e miniatrice attiva nel XII secolo nell’area germanica e renana. La sua importanza non risiede soltanto nella qualità del lavoro, ma nel fatto – eccezionale per l’epoca – che la religiosa dichiara la propria autorialità in forma esplicita, inserendola in un dispositivo insieme devozionale e identitario.

La prima testimonianza del suo nome è contenuta nell’Omeliario di San Bartolomeo (detto anche Omeliario di Guda), realizzato in stile romanico intorno alla metà del XII secolo. In un’iniziale abitata, la miniatrice si rappresenta in abito monastico e reca un cartiglio con una formula: GUDA peccat[ri]x mulier scripsit [at]q[uae] pinxit h[un]c libru[m], cioè “Guda, donna peccatrice, scrisse e dipinse questo libro”. Il gesto della mano – spesso interpretato come richiamo a una dichiarazione solenne – e l’inserimento della figura entro la lettera iniziale indicano una volontà precisa: non solo firmare la decorazione, ma affermare la propria presenza all’interno del codice.

La seconda testimonianza, che può essere letta in rapporto con la prima, è il cosiddetto Codex Guta-Sintram, completato nel 1154 in Alsazia. La sottoscrizione attribuisce la copia a una canonichessa di nome Guta, del convento di Schwarzenthann, e l’apparato figurativo a un canonico, Sintram di Marbach. La copista ringrazia inoltre due consorelle, indicando così un lavoro comune, interno alla comunità. Si tratta di un dettaglio rivelatore: la produzione del manoscritto non appare come impresa individuale, ma come pratica collettiva di un gruppo femminile.

La convergenza fra le due testimonianze (nome raro, autodefinizione penitenziale, tono devozionale della firma, arco cronologico ravvicinato, contiguità geografica) rende plausibile l’ipotesi che la Guda dell’Omeliario e la Guta del Codex Guta-Sintram possano riferirsi alla medesima figura o, quantomeno, a una stessa area di produzione. In ogni caso, ciò che conta – sul piano storico-artistico – è il modello: l’autorialità femminile viene dichiarata entro una cornice di umiltà monastica (peccatrix), ma proprio questa stessa cornice rende la firma più forte, perché intreccia devozione e coscienza del fare.

Il caso di Guda/Guta, come quello di Ende, è indicativo di una costante della miniatura femminile medievale: l’arte delle donne nasce e si esercita soprattutto in ambienti chiusi (conventi, scriptoria monastici), destinati a una fruizione interna. Proprio questa collocazione – lontana da circuiti pubblici, mercantili o celebrativi – spiega insieme l’alto livello tecnico raggiunto e la frequente invisibilità delle autrici, di cui spesso resta soltanto una traccia linguistica, rarissima e preziosa, come quella di Guda.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Guda (Guta)

Carla Rossi, Oltre i margini: il linguaggio artistico delle miniatrici europee, Libreria Universitaria Editrice, 2025.
Carla Rossi, Beyond the Margins, Female Illuminators in Medieval and Renaissance Europe, Ethics International Press, Cambridge 2024

Mappa interattiva dell’Europa (a cura di C. Rossi per l’Organisation pour la Protection des Manuscrits Médiévaux), che segnala le regioni in cui le miniatrici furono attive nei secoli: https://www.oprom.eu/map-female-illuminators



Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026