Nel novembre del 1403 Andrea Malatesta, signore di Cesena, sposa in seconde nozze 1 Lucrezia Ordelaffi, figlia di Cecco Ordelaffi signore di Forlì. Approfittando di una grave malattia del suocero, il Malatesta tenta di spodestarlo, ma Cecco, tornato in salute, scopre il tradimento del genero e ritenendo la figlia collusa con il marito la fa assassinare con una minestra di ceci avvelenata. Lucrezia muore tra atroci sofferenze il 18 ottobre 1404 all’età di quindici anni. Da pochi giorni ha partorito una figlia di nome Laura, la quale passerà alla storia come “Parisina”. Lucrezia sarà vendicata dal popolo di Forlì che, inorridito dal raccapricciante delitto, assalirà il palazzo di Cecco e ne farà giustizia sommaria.

Nei primi anni di vita Parisina, senza madre e con un padre quasi sempre assente impegnato in continue campagne militari, viene accudita dalle balie insieme ai fratellastri, figli di Rengarda degli Alidosi, fino al momento in cui Andrea Malatesta celebra il suo terzo matrimonio con Polissena Sanseverino, una nobildonna imparentata con il re di Napoli, al cui servizio egli milita. All’epoca Parisina ha quattro anni e, secondo una tradizione non confermata da documenti, sarebbe stata trascurata e maltrattata dalla matrigna. È invece al contrario più credibile che proprio Polissena, proveniente da una corte amante dell’eleganza e del fasto, abbia coltivato in lei la passione per la musica, la lettura e, in particolare, educato il suo buon gusto nel vestire e nell’arredare, una dote di cui darà prova, documentata e indubitabile, negli anni successivi, e che fornisce anche una spiegazione attendibile del nome “Parisina”, cioè “parigina”, essendo già a quei tempi Parigi capitale dell’eleganza.

Alla morte del padre Parisina, dodicenne, va a vivere presso lo zio Carlo Malatesta signore di Rimini, e qui rimane per due anni, fino al 27 febbraio 1418, giorno in cui vengono celebrate per procura le sue nozze con Niccolò III d’Este, marchese di Ferrara, al suo secondo matrimonio dopo essere rimasto vedovo di Gigliola da Carrara da cui non ha avuto eredi. Il trentaquattrenne marchese conta sul fatto che il matrimonio con la quattordicenne Parisina, oltre ad assicurargli un’alleanza strategicamente utile con una signoria potente e una cospicua dote (il castello di Gualdo in territorio riminese) possa anche renderlo padre di figli legittimi. Di illegittimi Niccolò ne ha più di una ventina da lui riconosciuti, alcuni dei quali vivono a corte, e ne ha certamente molti altri, data la sua natura di seduttore compulsivo di donne di ogni livello sociale, aristocratiche, borghesi, popolane, tant’è vero che, a proposito di questa sua frenesia sessuale, sopravvive a Ferrara il famoso detto “di qua e di là dal Po son tutti figli di Niccolò”.

A parte questo, il giudizio degli storici su Niccolò è più che lusinghiero: abile in tempo di guerra e in tempo di pace, promotore delle lettere e delle arti, amatissimo dal popolo, sul quale ha regnato per quasi cinquant’anni, molto rispettoso delle tradizioni e delle pratiche religiose2 nonostante le sue abitudini libertine, egli ha certamente dato stabilità politica e potere alla signoria estense facendola diventare una delle più illustri e splendide della civiltà rinascimentale.

Il 20 aprile 1418 Parisina, giovane, bella, elegante, giunge in una Ferrara semideserta a causa di una pestilenza in corso e va a vivere nell’ampio appartamento che le è stato destinato nella torre di Rigobello, nel cuore della città3. Da qui in avanti le informazioni su di lei si basano principalmente su documenti contabili della casa estense conservati presso l’Archivio di Stato di Modena e pubblicati nel 1893 dallo storico A. Solerti: in pratica più di cento lettere e mandati di pagamento firmati “Parisina Marchionissa Estensis”, dai quali veniamo a sapere in quale modo una giovane, ancora adolescente, ma dotata di intelligenza, senso pratico e anche un po’ di civetteria, sia riuscita a svecchiare un ambiente di corte piuttosto trasandato e malvestito, rinnovando radicalmente arredamenti e guardaroba.

Parisina ordina in gran quantità tessuti e stoffe di ogni genere per far confezionare drappi, tappezzerie, tendaggi, biancheria e ovviamente abiti. Quelli migliori, commissionati al sarto di fiducia Maestro Anechino, sono riservati alla famiglia signorile per le occasioni importanti, mentre per l’uso quotidiano si provvede con altri più ordinari, riadattando all’occorrenza vecchi indumenti con un occhio attento anche al risparmio. E viene rivestito, se non elegantemente almeno decorosamente, anche il resto della corte e della servitù, con un particolare riguardo per le dodici “donzelle”, le giovani dame di compagnia di Parisina alle quali assegna anche una dote matrimoniale. “Quando si pensi che tutti i cavalieri, i paggi, le donzelle, i famigli e chi altro fosse, erano vestiti a spese della camera marchionale, sarà chiaro che Parisina non avrà avuto poco da fare (...) Via: per una donnina dai sedici ai vent’anni non c’è male!” (A. Solerti).

Oltre al “non poco da fare” quale arbitra elegantiarum della corte estense, le note di spesa ci rivelano una Parisina dedita a molteplici opere di beneficenza, che le guadagnano la stima e l’affetto del popolo ferrarese, e che trova anche il tempo per gli svaghi, come la lettura dei romanzi cavallereschi, la musica, a cui si dedica suonando una piccola arpa legata al collo con un elegante cordone di seta, i giochi di carte, gli scacchi, la caccia col falcone e la passione per i cavalli barbareschi (berberi?) di sua proprietà, che manda a gareggiare in varie città montati dai suoi fantini più volte vincitori in palii e tornei.

Il 25 marzo 1419 Parisina dà alla luce due gemelle alle quali viene posto il nome di Ginevra e Lucia. Due anni dopo, il 24 maggio 1421, partorirà anche un figlio maschio, Alberto Carlo, che purtroppo sopravvivrà soltanto un mese, deludendo le aspettative di Niccolò di un figlio legittimo.

Molto si è detto sui rapporti tra Parisina e gli altri figli del marchese che vivono a corte, praticamente suoi coetanei, di cui è lei stessa a prendersi cura. Tra loro si distingue Ugo, il figlio maggiore e prediletto di Niccolò, descritto dalle cronache del tempo come bellissimo ed eccellente in tutto. Spalleggiato da sua madre, Stella dei Tolomei detta dell’Assassino, una nobildonna senese affascinante e colta, la favorita più nota di Niccolò, Ugo teme che eventuali futuri figli maschi di Parisina possano mettere in discussione il ruolo di erede, a lui destinato in assenza di figli legittimi. Questa ostilità, attestata unanimemente dai cronisti più antichi, non sembrerebbe particolarmente fondata, specialmente dopo la nascita delle gemelle, e nemmeno duratura, data la morte di Stella di lì a pochi mesi. Apprendiamo invece dai documenti contabili che Parisina si occupa con cura dell’abbigliamento di Ugo rifornendo il suo guardaroba di abiti eleganti e costosi, gli regala un’arpa e gli procura sparvieri da caccia, in perfetta sintonia con Niccolò che, per parte sua, è pronto ad assecondare ogni altro desiderio del figlio. Si può dunque ragionevolmente condividere il giudizio di A. Solerti: “mi par essere chiara la propensione (l’affetto) per Ugo, oltre che da parte del padre, anche da parte di Parisina; o almeno che l’odio, di cui narrano le cronache, non esisteva certamente già più nel 1422, e che prima, se fu, fu antipatia quasi infantile senza gravità alcuna”.

Nel 1424 Parisina decide di compiere un viaggio a Ravenna per far visita alla sorellastra Elisabetta, sposata a Obizzo da Polenta. Sarebbe stato Niccolò in persona a volere che Ugo accompagni la moglie affinché tra figliastro e matrigna vengano meno quei dissapori che, stando alle citate cronache, hanno sempre condizionato il loro rapporto. Durante il viaggio sull’imbarcazione marchionale, il bucintoro, che si compie in un clima festoso lungo la rete di canali e lagune che all’epoca collegavano Ferrara a Ravenna, tra i due giovani – lei ha vent’anni, lui pochi mesi di meno – inizia una relazione amorosa che si protrae e si consuma al loro ritorno nella quiete e nella discrezione delle numerose “delizie” e ville estensi sparse sul territorio ferrarese.

La storia va avanti da circa un anno quando un uomo di fiducia di Parisina, Giacomo Rubino detto Zoese, trova una damigella della marchesa, forse sua parente o amante, in pianto per essere stata da lei pesantemente redarguita. La ragazza per ripicca gli rivela la liaison in corso tra i due giovani e Zoese corre immediatamente a informare Niccolò temendo, con il silenzio, di passare per complice. L’incredulo marchese, per avere conferma del fatto, fa spiare la coppia, anzi, lo avrebbe fatto personalmente attraverso un foro praticato nel soffitto della camera da letto di Parisina, ottenendo in tal modo la conferma del doppio tradimento subito come marito e come padre. In preda a un cieco furore, ordina immediatamente l’arresto dei due giovani che vengono imprigionati nelle segrete del castello e, dopo un sommario processo, condannati a morte. A nulla valgono le preghiere dei più fidati consiglieri di Niccolò, Uguccione Contrari e Alberto Dal Sale, che lo scongiurano di concedere la grazia ai due sventurati. L’inflessibile marchese ordina l’applicazione immediata della sentenza che viene eseguita il 21 maggio nei sotterranei del castello mediante decapitazione. Il primo a cadere sotto la scure è Ugo insieme ai “complici”, l’amico Aldobrandino Rangoni e due damigelle di Parisina. Lei subito dopo. Accompagnata al patibolo da Zoese, ignara che si tratti del delatore, e informata proprio da lui dall’avvenuta esecuzione di Ugo, avrebbe pronunciato queste ultime parole: “Né io vorrei più vivere”.

Niccolò, dopo aver pianto tutta la notte lacrime di coccodrillo, il giorno seguente emana un decreto di condanna a morte per decapitazione di tutte le donne adultere e, aggiungendo orrore a orrore, fa mozzare il capo a una sua favorita (sic!), Laudomia Romei, moglie del giudice di corte, una decisione che, se non fosse tragica, sembrerebbe quantomeno grottesca, presa da uno di cui si racconta che abbia condiviso il letto con almeno “octocento donzele”. Il decreto, non più applicato in seguito, sarebbe stato poi dimenticato.

Dopo la morte dei due sventurati amanti “non un registro, non una carta ci ha conservato l’Archivio Estense del 1425 che possa recare qualche lume su questo fatto intimo; è troppo evidente che una mano gelosa dell’onore della casa ha distrutto quanto potesse anche solo di lontano ricordarlo”. Così il Solerti. La damnatio memoriae non cancella il ricordo del drammatico evento, ma lascia tuttavia un vuoto documentale che viene con il tempo colmato da una vulgata filoestense caratterizzata, da un lato, dalla demonizzazione di Parisina rappresentata come femme fatale e, dall’altro, dalla trasfigurazione di Niccolò in una sorta di eroe tragico che sacrifica con immenso strazio l’amore paterno al dovere regale di punire i colpevoli.

In una dichiarazione del 1431 l’umanista Enea Silvio Piccolomini, in seguito papa Pio II, vivendo all’epoca presso la corte estense, nei suoi Commentarii rerum memorabilium scrive: “Essa (Parisina) sia con doni sia con parole piuttosto libere adesca il giovane ingenuo, blandisce la sua gioventù malleabile e ottiene da lui inesperto quello che con fatica i più esperti riescono a negare”.

Poi, in un’altra opera, la Historia rerum Friderici III, giudica la sentenza di Niccolò “digna Dei ultio” (vendetta conforme alla legge divina) ma, per attutirne la spietatezza, sottolinea la disperazione del padre per il quale “in seguito rara fu la gioia (...) costretto a versare il suo sangue”, cioè quello di Ugo, senza però degnare di una parola quello versato da Parisina.

Sulla falsariga del Piccolomini si sviluppa quella versione dei fatti che sta alla base delle cronache cinquecentesche, posteriori di oltre un secolo agli eventi raccontati. Queste, con poche variazioni di dettaglio, si compendiano nella narrazione più famosa e letterariamente elegante della vicenda, la quarantaquattresima delle Novelle di Matteo Bandello. Narrata, tra l’altro, da una nobildonna di casa d’Este, nella novella è Parisina “bellissima e vaga e così baldanzosa e lasciva” a circuire l’ingenuo Ugo, incapace di resistere alle arti seduttive della matrigna. Gli dice di essere stata destinata a lui come sposa, ma Niccolò, dopo averla vista, l’ha poi voluta per sé affascinato dalla sua bellezza. E se prima di morire il povero Ugo implora perdono, prega, si confessa e muore nella grazia di Dio, Parisina non mostra affatto di essere “della commessa scellerataggine pentita, perciò che mai si volle confessare” e invocando come un’ossessa soltanto il nome dell’amato muore disperata e dannata. Cosicché la condanna terrena si estende anche all’aldilà.

La drammatica vicenda di Ugo e Parisina è stata fonte di ispirazione per poeti, musicisti e pittori. Oltre alla novella di Bandello meritano almeno una citazione il poema Parisina, di Lord Byron, che racconta una storia di amore e morte in stile romantico. Di stampo filosofico invece la versione di Giacomo Leopardi: nel poema L’appressamento della morte (canto II, vv. 100-169) è Ugo, alter ego del poeta, a riflettere sulla propria condizione di vittima del padre tiranno. Parisina è solo una maschera muta sullo sfondo.

Infine, anche Gabriele D’Annunzio ha messo in scena la storia dei due amanti, rivisitandola all’insegna di un estetismo torbido e sensuale nella tragedia Parisina, adattata poi a libretto dell’omonima opera lirica di Pietro Mascagni e rappresentata in prima alla Scala nel 1913. Inutile dire che “poesia e storia sono cose molto diverse” (A. Solerti).

Note


1 La prima moglie, Rengarda degli Alidosi, da cui aveva avuto tre figli, accusata di tradimento con un certo Amerigo Cassini, era stata rimandata alla casa natale dove i fratelli, pensando di riparare l’oltraggio arrecato all’onore familiare dall’adulterio, l’avevano avvelenata insieme a un’ancella “complice”. Il Cassini era stato fatto morire di fame in carcere.
2 Sono noti i suoi pellegrinaggi in Terrasanta, al santuario di Loreto e di San Giacomo di Galizia. Silvia Ronchey, autrice di un’ampia e documentatissima ricerca sul celebre quanto enigmatico dipinto di Piero Della Francesca “La flagellazione di Cristo”, ha identificato Niccolò III nel personaggio in primo piano a destra, ritratto per celebrare il suo ruolo di ospite del Concilio di Ferrara e Firenze (1438-39).
3 Ora Torre della Vittoria, rifacimento della torre originale crollata nel terremoto che ha colpito Ferrara nel 1570.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Laura Malatesta (detta Parisina)

Bandello Matteo, Novella XLIV.
D’Annunzio Gabriele, Parisina. Tragedia lirica in quattro atti musicata da P. Mascagni, Ed. Casa Musicale Sonzogno, Milano, 1913.
Frizzi Antonio, Memorie per la storia di Ferrara, tomo III (pagg.408-10), Ferrara, 1703.
Lazzari Alfonso, Parisina, Olschki Editore, Firenze, 1949.
Leopardi Giacomo, L’appressamento della morte, canto II, vv. 100-169, in Leopardi. Poesie e prose, vol. 1, Mondadori, Milano, 1987.
Lord Byron, Parisina, testo in lingua originale. Testo in traduzione italiana di Andrea Maffei in AA.VV., Parisina, narrazione storica, Treves, Milano, 1913 (pagg. 63-90).
Muscardini Giuseppe, Parisina, in Enciclopedia D’Annunziana.
Pecci Giuseppe, Gli Ordelaffi, Lega Editori, Faenza, 1955.
Ronchey Silvia, L’Enigma di Piero, Rizzoli, Milano, 2006.
Solerti Angelo, Ugo e Parisina. Storia e leggenda secondo nuovi documenti, Nuova Antologia di Scienze, Lettere e Arti, fascicolo XII-15 giugno, Roma, 1893.
Viroli Marco, Parisina Malatesta, in Signore di Romagna. Le altre leonesse, Il Ponte Vecchio, Cesena, 2010, pagg. 79-87.
Zama Piero, I Malatesti, Lega Editori, Faenza, 1965.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026