“La stella dimenticata della pop art”: è così che il quotidiano The Guardian definisce Marisol Escobar nel commiato in seguito alla morte dell’artista. La fama di Marisol è stata, in effetti, una meteora impressionante che, incendiatasi negli anni Sessanta, ha piano piano diminuito la propria intensità fino a scomparire.
Marisol Escobar nasce il 22 maggio 1930 a Parigi da genitori venezuelani provenienti da famiglie benestanti. Durante l’infanzia, Marisol e il fratello viaggiano moltissimo: la famiglia, infatti, si era trasferita a New York quando, nel 1941, la madre si suicida. Marisol, che ha soltanto undici anni, decide di smettere di parlare se non strettamente necessario. Riprenderà a fare uso normale della parola a vent’anni, eppure il silenzio è una caratteristica che la segnerà per tutta la vita: una volta raggiunta la fama, Marisol verrà descritta come un personaggio misterioso e riservato, tanto che la stampa, sfruttandone anche la rinomata bellezza, inizierà a chiamarla “the Latin Garbo”, paragonandola all’attrice Greta Garbo. In seguito al suicidio della madre, inoltre, Marisol si avvicina alla religione fino al punto di autoinfliggersi punizioni simili a quelle dei martiri.
Nonostante il dolore per la perdita della madre e fortemente incoraggiata dal padre, Marisol continua a coltivare il talento artistico che fin da piccola ha dimostrato di avere, frequentando tra il 1946 e il 1950 corsi di disegno presso prestigiosi istituti d’arte a Los Angeles, Parigi e New York. Qui si avvicina ai principali esponenti dell’espressionismo astratto ed entra a far parte della comunità dei beatnik, un gruppo di giovani che si ribella al conformismo della società capitalista statunitense. Nel corso degli anni Cinquanta, Marisol sviluppa un particolare interesse per l’arte indigena e precolombiana che l’accompagnerà per tutta la vita.
Spinta da questo interesse, l’artista si avvicina alla scultura, concentrandosi sull’utilizzo di differenti materiali, soprattutto legno e ceramica. Questa sarà una caratteristica del suo stile, che tra gli anni Cinquanta e Sessanta prende forma definitivamente: Marisol si distinguerà per sculture-ritratti di grandi dimensioni che affrontano temi di critica sociale (tra cui l’imperialismo statunitense, la società di massa, la rappresentazione della donna e dell’io, i ruoli di genere), realizzate con l’utilizzo di varie tecniche attraverso blocchi di legno tridimensionali intagliati e delicatamente decorati, accostati a materiali dall’origine più varia (per lo più oggetti reali appartenuti all’artista), autoritratti e calchi in gesso di parti del suo corpo.
La svolta nella carriera di Marisol arriva nel 1958, quando il collezionista e mercante d’arte Leo Castelli decide di esporne le opere in una mostra personale. La mostra riceve una risposta molto favorevole dalla critica e, per distinguersi, la scultrice decide di abbreviare il nome completo in Marisol, in memoria della madre che era solita chiamarla così e con la volontà di allontanarsi dall’eredità patriarcale del cognome Escobar.
Grazie ad altre due mostre personali tenutesi a New York, quella alla Stable Gallery di Eleanor Ward del 1962 e quella al Museum of Modern Art del 1963, a soli trentatré anni Marisol diventa un’artista tra le più note del momento e inizia a essere associata al movimento della pop art. La critica e il grande pubblico la adorano e la stampa impazzisce per lei, tanto che compare periodicamente sulle copertine di prestigiose riviste in tutto il mondo. La pressione della stampa, morbosamente incuriosita dalla vita sentimentale dell’artista che non si è mai sposata e non ha avuto figli, è tale che Marisol decide di rispondere con la propria arte, del resto interessata a indagare i ruoli di genere. In alcune delle sue opere, infatti, si vede l’artista raffigurata in compagnia di sé stessa, come in Dinner Date (1963), in cui due donne cenano sedute a un tavolo ma entrambe presentano il volto di Marisol, e in The Wedding (1963), in cui l’artista è sia lo sposo che la sposa.
Le sue opere sono intrise di critica sociale e affrontano, con uno sguardo spesso satirico o parodico, temi che evidenziano l’anticonvenzionalità dell’artista. Marisol mette in discussione le norme patriarcali e i ruoli sociali, concentrandosi sulle donne per rappresentarne la complessità e sugli uomini per evidenziarne l’ipermascolinità (The Generals, 1962). Anche per questo viene accostata alla pop art, poiché con il suo stile stravagante fa uso di icone e motivi pop per rappresentare luci e ombre di una società spesso basata sull’apparenza come quella statunitense (John Wayne, 1963; The Kennedy Family, 1961; The Family, 1963). Nonostante ciò, non tutta la critica è d’accordo sull’inserimento dell’artista nel canone della pop art, data la peculiarità dello stile che sembrerebbe essere non assimilabile a nessun movimento.
Grazie alla fama ormai internazionale, verso la fine degli anni Sessanta le sue opere vengono esposte in molti Paesi. Nel 1968 rappresenta il Venezuela alla Biennale di Venezia. Nel 1969 la scultrice lascia New York per viaggiare nel Sud Est asiatico, dove si dedica all’immersione subacquea. Questo viaggio provoca una svolta nel suo stile artistico, che predilige ora temi quali l’ambientalismo e l’oceano. Il viaggio sancisce però anche una brusca diminuzione della sua fama: quando torna a New York nel 1970, infatti, le sue opere non ricevono più la stessa attenzione, e questa scemerà ulteriormente negli anni Ottanta e Novanta.
Ormai debilitata dall’Alzheimer, Marisol si spegne il 30 aprile 2016 all’età di ottantacinque anni, lasciando tutto il proprio patrimonio al Buffalo AKG Art Museum. Tra il 2023 e il 2025 si tiene una retrospettiva internazionale itinerante sull’artista, che ha l’obiettivo di riaffermarne il grande valore.