Nascere donna in Palestina alla fine dell’Ottocento significava muoversi all’interno di un destino scandito prevalentemente dai rigidi ruoli della tradizione locale e dallo sguardo dominante dei fotografi dell’impero ottomano e dei viaggiatori occidentali. Eppure, in un’epoca di profonde transizioni culturali, Karimeh Abbud ha trovato il modo di scardinare queste convenzioni, impugnando uno strumento potente: la macchina fotografica.
Nata nel 1893 a Shefa-Amr e cresciuta a Betlemme, riceve in regalo il suo primo apparecchio fotografico a soli diciassette anni dal padre, che era un pastore luterano. Quello che per qualche maschio dell’epoca era un passatempo tecnologico d’avanguardia si trasforma nelle sue mani in un mezzo di espressione, indipendenza e militanza culturale unico nel mondo arabo. Abbud sceglie infatti la fotografia come professione autonoma, firmando i suoi scatti in arabo e in inglese con una formula che rivendica la sua identità e il suo ruolo sociale: “Karimeh Abbud - Fotografa Signora” (Lady Photographer). Inizia così una carriera straordinaria che l’ha resa la prima fotografa professionista della regione, capace di mappare il proprio tempo da una prospettiva interna e inedita.
La rilevanza storica del lavoro di Karimeh Abbud emerge con forza se confrontata con la produzione visiva dominante nella Palestina del primo Novecento. Fino a quel momento, la fotografia era un monopolio quasi esclusivo di accademici, archeologi e viaggiatori occidentali, spesso legati a missioni religiose o istituzioni coloniali. Questo approccio tendeva a ritrarre la popolazione locale attraverso la lente deformante dell’orientalismo, riducendo gli abitanti a “figuranti biblici” senza tempo, immobilizzati in una fissità esotica priva di agganci con la modernità. Abbud opera una radicale inversione di tendenza: attraverso il suo obiettivo, i soggetti riacquistano una precisa dignità individuale. Le persone non sono più reperti da catalogare o elementi decorativi di un paesaggio esotico, ma membri della società consapevoli, colti nella loro reale quotidianità. Questo processo di riappropriazione visiva consente alla realtà palestinese di raccontarsi da sé, sottraendo la propria immagine alle narrazioni esterne e restituendo complessità a un tessuto sociale vibrante e dinamico.
Il fulcro dell’attività di Abbud risiede nella specializzazione nei ritratti e nella creazione di una fitta rete di collaborazione e fiducia interamente femminile. Le convenzioni sociali dell’epoca rendevano impensabile per molte famiglie, sia cristiane sia musulmane, permettere a una donna di posare davanti a un obiettivo guidato da un uomo. Abbud riesce a superare questo tabù offrendo uno spazio sicuro e protetto. Pubblicizzando i suoi servizi sui giornali locali, come il celebre “Al-Karmil”, si propone esplicitamente come professionista al servizio delle donne e delle famiglie. Questo le garantisce un accesso esclusivo e privilegiato alle case e agli spazi domestici, altrimenti preclusi ai colleghi maschi. Nelle stanze private, libere da sguardi esterni, le donne palestinesi potevano mostrarsi in totale naturalezza, togliendosi il velo, acconciando i capelli, indossando i gioielli di famiglia e scegliendo pose che riflettevano la loro personalità. Il rapporto che si instaurava tra la fotografa e le sue modelle era basato su una complicità profonda, che permetteva di catturare un’intimità e una spontaneità fino ad allora, come anticipato, assenti nella ritrattistica mediorientale.
Questa rete femminile collegava Abbud alle figure più avanzate dell’intellighenzia dell’epoca. Tra i suoi ritratti più significativi spicca quello della dottoressa Chafika Abboud, datato 1928, una delle prime donne medico e ginecologhe della regione. Immortalare queste professioniste significava documentare l’avanzamento sociale e l’emancipazione delle donne all’interno della borghesia urbana delle città più importanti. Al contempo, il suo sguardo si posava con lo stesso rispetto sulle donne delle comunità rurali incontrate durante i suoi frequenti spostamenti. Abbud prestava un’attenzione meticolosa ai motivi dei ricami tradizionali, il tatreez, consapevole che ogni disegno rappresentava l’identità visiva e la storia del villaggio di provenienza. La collaborazione tra la fotografa e i suoi soggetti femminili diventava un atto politico silenzioso: un patto per preservare la memoria della propria cultura e per affermare la presenza attiva delle donne nella sfera pubblica e privata.
Il panorama della Gerusalemme dell’epoca non era del tutto privo di presenze femminili nel settore, ma si trattava di collaborazioni interne a laboratori di famiglia. Najla Raad, per esempio, collaborava con il marito Johannes Krikorian, colorando a mano le sue fotografie. Margo Abdou invece garantiva la continuità del lavoro del fratello David, sostituendolo alla guida dello studio durante le sue assenze. Ma nessuna delle due arrivò mai a fondare un’attività indipendente o a proporsi sul mercato come imprenditrice autonoma.
L’attività di Abbud supera presto i confini dello studio stabile. Dotata di un’automobile e della patente di guida – un altro primato eccezionale per una donna in quel contesto – si trasforma in una fotografa itinerante, determinata a mappare l’intero Paese. Apre studi a Betlemme, Nazareth, Haifa e Gerusalemme, spostandosi continuamente per documentare il paesaggio urbano e rurale. Ma anche in Giordania e Libano. Le sue vedute di Tiberiade, i mercati affollati, gli scorci architettonici e le scene di vita quotidiana lungo i fiumi compongono un immenso archivio visivo. Questa mappatura sistematica acquisisce col tempo un valore documentario inestimabile, poiché fissa l’immagine di una Palestina precedente alle profonde trasformazioni geografiche e politiche che avrebbero sconvolto la regione a partire dal 1948. Le sue fotografie paesaggistiche mostrano un territorio vivo, interconnesso e moderno, lontano dalle rappresentazioni desertiche e statiche della propaganda coloniale.
La parabola biografica di Karimeh Abbud si interrompe prematuramente nel 1940, e per lunghi decenni il suo immenso patrimonio visivo sembrava destinato all’oblio, disperso a causa dei conflitti e degli esodi che hanno segnato la storia palestinese. Il recente recupero del suo lavoro, avvenuto nei primi anni Duemila grazie al ritrovamento di centinaia di stampe e negativi originali a Gerusalemme, ha avviato una profonda revisione della storia della fotografia nel Levante. La riscoperta di questo archivio ha permesso di ridefinire il ruolo delle donne nella cultura araba d’inizio secolo, dimostrando la presenza di una modernità indigena precoce e consapevole.
L’importanza di Karimeh Abbud risiede nella sua capacità di agire come custode e artefice della memoria visiva del suo popolo. Il suo lavoro ci consegna la testimonianza insostituibile di una società complessa e vitale, offrendo alle generazioni successive la possibilità di guardare al proprio passato attraverso un obiettivo privo di filtri estranei, guidato unicamente dal rispetto e dall’appartenenza.